Perché chi è nato negli anni 60 e 70 spesso non si spiega troppo: la verità dietro uno sguardo impassibile che irrita i giovani

Non è un mistero né un complotto generazionale. Ma se siete nati negli anni 90 o 2000 e vi siete ritrovati di fronte a un genitore o a un collega nato negli anni 60 o 70 che risponde con poche parole o evita di spiegare i perché, quello sguardo che vi pare indifferente nasconde meccanismi profondi e spesso non detti. Ho vissuto questa frizione in famiglia e sul lavoro e ho notato che la reazione dei più giovani non è quasi mai solo emozionale. C’è del vero e va raccontato senza retorica.

Non spiegare non è rifiuto. A volte è economia emotiva.

Gli anni 60 e 70 hanno formato adulti che hanno dovuto gestire grandi fratture sociali e continue incertezze economiche. Non sto sminuendo nessuno e non intendo giustificare arroganze. Dico che la tendenza a non dilungarsi nelle spiegazioni non nasce dall’egoismo ma da una scelta pratica con radici storiche: meno parola per non essere fraintesi, meno tempo speso per convincere chi non vuole ascoltare. Quella che appare come freddezza è spesso un metodo per preservare energie.

Storia personale e memoria collettiva

Molte persone nate in quelle decadi hanno dentro ricordi di scarsità reali, di aspettative economiche tradite, di impegni civili consumati con fatica. Sono generazioni che più volte hanno visto promesse politiche trasformarsi in litigio e stagnazione. Di qui nasce un atteggiamento disincantato: non spiegare tutto perché le parole hanno un costo personale e raramente cambiano la realtà per loro esperienza. Raramente cercano il consenso a tutti i costi.

La soglia della fiducia è diversa

Una delle differenze concrete tra chi ha trentanni oggi e chi ne ha cinquanta parla di fiducia. I nati negli anni 60 e 70 costruivano relazioni con un’attesa di durata. Hanno visto istituzioni cadere e ricostruirsi, e questo li ha resi prudenti. Dunque non ragionano in termini di esposizione emotiva continua. Risultato: meno spiegazioni a chi non ha guadagnato quella stessa fiducia.

They are less likely to drop out of high school and more likely to finish high school. Among those who are not in high school, they are more likely to be in college. Richard Fry Senior Research Associate Pew Research Center.

Ho messo questa citazione perché ci ricorda che le dinamiche generazionali non sono solo psicologia individuale ma dati sociali concreti. Non tutto si risolve con la buona intenzione di parlare di più.

Una forma di responsabilità che irrita

Chi non spiega troppo spesso assumere un diverso tipo di responsabilità : quella di non delegare il proprio giudizio a chiunque. Questa scelta può suonare paternalistica o fredda. Lo ammetto. Io stesso mi arrabbio quando mi sembra che si nasconda dietro il silenzio una mancanza di cura. Ma l’altro versante è che esistono persone che preferiscono agire piuttosto che parlare, e giudicano la parola come un lusso quando la vita ha richiesto scelte rapide e dure.

Comunicazione interculturale dentro la stessa nazione

Non si tratta solo di età . Nel contesto italiano il modo di spiegare cambia anche per regione, per classe sociale, per istruzione. Un operaio nato nel 1968 dialoga diversamente da un professore coetaneo. Ma c’è un fil rouge: una certa misura nelle spiegazioni, una tendenza a non disperdere il proprio tempo in contraddittori sterili. E i giovani, cresciuti in una cultura della visibilità e della risposta istantanea, trovano questo modo greve e irriducibile.

Lavoro e tempo come valuta

Per chi è cresciuto con la precarietà o con la rincorsa del posto fisso la valuta principale resta il tempo utile. Spiegare richiede tempo e spesso non produce cambiamenti utili. Quindi si risparmia. Questo about face appare come disinteresse ma in realtà è una valutazione strategica: meglio agire che spiegare se l’azione può risolvere.

Perché i giovani percepiscono il silenzio come arroganza

Il mondo digitale ha modificato le aspettative comunicative: risposte rapide, trasparenza, condivisione di processi. I nati negli anni 90 e 2000 si aspettano racconti, mappe mentali, motivazioni. Quando non le ottengono il vuoto viene riempito con ipotesi negative. Il risultato è che nascono malintesi serissimi. Io credo che la colpa non sia mai del tutto di una sola generazione. E questo lo dico chiaramente: entrambe sbagliano e insieme potrebbero imparare molto.

Il rischio della contrapposizione facile

La narrativa venduta da tanti titoli web funziona così: giovani contro vecchi. Vuole click e semplificazione. La realtà è più complessa. C’è una tensione vera ma anche tanti punti di contatto trascurati. Ad esempio, molti nati negli anni 60 e 70 hanno sostenuto movimenti per il diritto al lavoro e alla casa. Molti giovani oggi chiedono lo stesso con linguaggio diverso. Chi non spiega potrebbe essere semplicemente convinto che il linguaggio usato dai più giovani sia inefficace. Non sempre lo è. Non sempre non spiegare è giustificabile.

Come si esce da questo stallo

Non esiste una strada unica. Io suggerisco tre mosse che funzionano spesso: cambiare canale comunicativo, cercare esperienze condivise che superino le parole, costruire un rito di scambio dove ciascuno mette sul tavolo un elemento della sua storia senza pretendere convertire l’altro. Non vi do la formula magica perché non esiste. Ma se volete un consiglio pratico: fatevi raccontare un episodio breve e concreto, non vi imponete di correggerlo subito. Imparate a leggere l’intenzione dietro il silenzio.

Una provocazione finale

Questa generazione non ha il segreto della verità e spesso sbaglia nel modo peggiore. Ma la tentazione di liquidare tutto con un insulto generazionale è una scorciatoia che non fa bene a nessuno. Io sto dalla parte di chi chiede spiegazioni, ma anche da quella di chi a volte si ritrae. Mi sembra onesto dirlo e lasciare che il confronto vero nasca da qui, non da titoli urlati.

Conclusione

Se siete giovani e vi sentite frustrati dal silenzio di un cinquantenne, provate a non leggerlo subito come disprezzo. Se siete della generazione 60 70 e vi irrita l’ansia comunicativa dei giovani, provate a sperimentare il racconto breve. Ci sono molti punti ciechi ma ce ne sono anche molti in comune. Non spieghiamo meno per cattiveria. A volte spieghiamo meno perché abbiamo imparato a risparmiare parola e tempo. E a volte questo risparmio può essere ingiusto e doloroso. Non c’è verità comoda qui. Solo storie che si incrociano male o bene.

Tabella riassuntiva delle idee chiave

Tema Idea chiave
Economia emotiva Non spiegare spesso è scelta per preservare energie.
Memoria storica Esperienze delle fratture sociali modellano la comunicazione.
Soglia di fiducia La fiducia si costruisce diversamente e più lentamente.
Contesto italiano Regione classe e lavoro influenzano il modo di spiegare.
Come reagire Cambiare canale, trovare esperienze condivise, chiedere racconti concreti.

FAQ

Perché alcuni nati negli anni 60 70 sembrano disinteressati ai problemi dei giovani?

La percezione di disinteresse nasce spesso dalla differenza di strategia comunicativa. Molti hanno imparato a non investire parole con chi evoca cambiamenti ripetutamente senza produrre risultati concreti. Talvolta non spiegano perché ritengono le parole insufficienti. Questo può essere sbagliato e ferire ma non sempre significa indifferenza morale.

Come posso chiedere spiegazioni senza provocare chi è più anziano?

Chiedete un racconto breve su un episodio specifico piuttosto che una lezione generale. Le persone tendono a narrare più volentieri un fatto concreto. Mostrate interesse per la scelta che hanno fatto in quel momento e non per giudicare la loro intera generazione. Funziona spesso meglio.

Ci sono differenze tra chi ha studiato e chi ha fatto lavori manuali nello stesso periodo?

Sì. L’istruzione e il contesto professionale modificano il modo di esprimersi e spiegare. Ma il tratto che ho descritto attraversa più ambienti: la preferenza per l’azione rispetto alla parola emerge in categorie diverse in misura variabile.

Perché non usare più il confronto generazionale come arma nei dibattiti?

Perché riduce la complessità e impedisce l’apprendimento reciproco. I contrasti generazionali diventano spesso comodi stereotipi che nascondono problemi strutturali reali come lavoro casa e rappresentanza politica. Se vogliamo cambiare qualcosa conviene capire le ragioni e non limitarsi allo scontro.

Quale piccolo gesto può migliorare il dialogo tra giovani e nati negli anni 60 70?

Proporre uno scambio di storie su un tema preciso e limitato nel tempo. Ad esempio un’ora per raccontare due esperienze lavorative diverse legate alla stessa crisi. Il formato breve e la presenza di un tempo definito spesso abbassano le difese e aprono al dialogo.

Autore

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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