Sto parlando con mia zia e ogni tanto la sua lingua si ferma su una parola che sa di fatica e di rimedio artigianale. Non è retorica eroica. È un modo di affrontare la frizione che sembra venire da un altro manuale d uso della vita. In questa generazione la resistenza non è un concetto romantico ma una pratica quotidiana. In questo pezzo provo a spiegare perché le persone cresciute negli anni 60 e 70 resistono alla prima difficoltà. Senza semplificazioni facili e con qualche opinione scomoda.
Non è tenacia innata ma grammatica pratica
Si tende a usare parole come tenacia o carattere. Preferisco lessici più concreti: riparare invece di buttare, arrangiarsi invece di aspettare un app o una soluzione rapida. La generazione a cui mi riferisco ha maturato una serie di risposte pratiche a piccoli e grandi intoppi. Quelle risposte oggi sembrano lente a volte antiquate ma funzionano. Non c è niente di mistico: è esperienza accumulata e sedimentata come calcare su una pietra.
Un nuovo codice di priorità
Qualcuno dirà che erano tempi diversi. Vero. Ma non basta. Crescere in un ambiente dove le risorse non sono sempre garantite produce una gerarchia di problemi: prima aggiusti il pane poi pensi al dolce. Questa gerarchia struttura l attenzione. Oggi siamo abituati a un sistema che tende a promettere immediatamente alternative e spesso a bypassare la gestione del problema. Per le persone nate negli anni 60 e 70 questo bypass suona come una scorciatoia inefficace.
La scarsità come disciplina e non come trauma
Anziché descriverla come mera povertà psicologica è più utile pensare alla scarsità come allenamento. Non sto banalizzando le sofferenze. Dico che l economia domestica, le code, i sacrifici per un elettrodomestico o per pagare un corso hanno insegnato una pazienza concreta. Una pazienza che sa valutare il costo reale delle soluzioni immediate. Ecco perché quando si trova una resistenza non si cerca una fuga istantanea. Si valuta. Si tenta. Si impara sul campo.
Le microabitazioni della memoria
È curioso come certe storie casalinghe funzionino come piccoli manuali. Mio padre raccontava di come riparava le scarpe con colla e pezza. Non lo diceva per romanticismo ma per offrire un metodo. Quelle storie girano ancora nella testa dei loro figli e nipoti come istruzioni operative. Un osservatore esterno potrebbe chiamarlo ‘valore educativo trasmesso’, ma la verità è meno elegante: sono istruzioni pratiche che funzionano quando internet non offre risposte immediate.
Una cultura di responsabilità che non chiede permesso
Le persone cresciute in quegli anni hanno spesso interiorizzato una versione di responsabilità che non chiede conferma al gruppo. Si prende l iniziativa anche se non c è consenso. È un tratto che oggi può apparire autoritario ma che, nella pratica quotidiana, si traduce in proattività: se qualcosa si rompe lo aggiusti. Se un problema finanziario arriva lo affranchi con piccoli passi e non attendi un team di supporto.
Il ruolo delle istituzioni e delle delusioni storiche
Non è tutto positivo. L affiatamento verso il non mollare può avere radici in delusioni istituzionali. Molti di loro hanno visto promesse politiche disattese e welfare in trasformazione. Quella del non arrendersi diventa a volte difesa solipsistica: contare sulle proprie forze perché non ti fidi di chi dovrebbe aiutarti. Non è solo valore personale è strategia di sopravvivenza sociale.
Un punto di vista psicologico
Per mettere un riferimento che non inventi nulla chiamo in scena una studiosa che ha lavorato sul concetto di generazioni e resilienza. La dr Jean M. Twenge psicologa e professoressa alla San Diego State University ha osservato come i contesti tecnologici e culturali plasmano le risposte generazionali nel tempo.
“Sometimes when you talk about differences among generations people can assume it s about criticism For me it s absolutely not about criticism It s about understanding.” Dr Jean M Twenge Psychologist San Diego State University.
([washingtonpost.com](https://www.washingtonpost.com/books/2023/04/20/generations-jean-twenge-boomers-gen-z-millennials/?utm_source=openai))
Questo non spiega tutto ma aiuta a non ridurre il fenomeno a una semplice nostalgia. Twenge invita a capire la complessità dei contesti e a evitare giudizi semplificatori.
Non è vero che non cambiano
Una obiezione comune è che la generazione degli anni 60 e 70 è rigida. Non è così. Hanno cambiato comportamenti più volte ma la lente attraverso cui valutano il cambiamento è diversa. Sono più selettivi. Adottano tecnologia quando serve non per moda. Questo porta spesso a risultati migliori nelle crisi dove la calma e l esperienza contano quanto la rapidità.
Quando la resistenza diventa trappola
Neanche questa attitudine è sempre positiva. Resistere per inerzia può trasformarsi in testardaggine. Ci sono casi in cui sarebbe più saggio cedere o chiedere aiuto. Lo stesso valore che ha permesso a molte famiglie di restare a galla può trasformarsi in isolamento. Ecco perché serve una discussione più aperta che riconosca luci e ombre.
Un piccolo esperimento sociale
Proponete a qualcuno di questa generazione un problema casalingo banale e osservate. Ci sarà una prima fase di analisi, poi un tentativo diretto, poi una modifica della strategia. Non c è ansia performativa. C è una preferenza per il ciclo prova errore ripara. Questo ciclo è poco fotografabile ma estremamente efficace nella vita reale.
Conclusione senza finale definitivo
Non ho voluto fare una difesa a oltranza né una condanna. Ho cercato di raccontare un insieme di pratiche che resistono alla prima resistenza perché sono pratiche apprese in contesti dove l attesa non pagava. La generazione degli anni 60 e 70 non è immune a errori o rigidità. Però ha costruito un patrimonio di capacità materiali e mentali che nelle crisi spesso fa la differenza.
Tabella riassuntiva delle idee chiave
| Tema | Sintesi |
|---|---|
| Pratiche concrete | Riparare e arrangiarsi sono risposte quotidiane radicate. |
| Scarsità come allenamento | La scarsità ha insegnato priorità e pazienza operativa. |
| Responsabilità proattiva | Si agisce prima di aspettare consenso o aiuto esterno. |
| Selettività al cambiamento | Tecnologia adottata per utilità non per moda. |
| Rischi | La resistenza può diventare isolamento e testardaggine. |
FAQ
Perché questo approccio sembra migliore nelle crisi?
Perché nasce da pratiche testate nel tempo. La gestione graduale dei problemi riduce il rischio di panico e di scelte impulsive. Non è sempre migliore ma spesso più sostenibile quando le risorse sono scarse.
È un atteggiamento legato solo alla classe sociale?
No. Certamente condizioni economiche e istruzione contano. Ma l osservazione principale è che la pratica di arrangiarsi ha attraversato classi diverse e si è trasmessa come abitudine culturale anche in famiglie non povere. È una tecnologia sociale oltre che economica.
Come riconoscere quando resistere è sbagliato?
Quando la resistenza porta a isolamento o peggiora la situazione. Se la scelta di non chiedere aiuto aumenta il rischio o impedisce soluzioni migliori allora è il momento di cambiare registro. Il limite non è morale ma pratico.
Le nuove generazioni possono imparare questo metodo?
Sì ma con una condizione. Serve esposizione pratica non lezioni teoriche. Riparare un oggetto togliere il pannello di una lavatrice o risolvere un problema amministrativo a piccoli passi insegna più di mille consigli.
Ci sono aspetti negativi che dovremmo evitare di celebrare?
Certamente. La stessa autarchia che migliora la resilienza può impedire la costruzione di reti di sostegno collettive. Non ogni problema è singolo. A volte la forza vera è saper chiedere e costruire alleanze.