Perché le persone nate negli anni Settanta non esternalizzano il pensiero e cosa ci insegna questa resistenza

Sono cresciuto con relative libertà intellettuali che oggi suonano come un lusso strano. Per chi è nato negli anni Settanta la mente non era ancora progettata per il consumo costante di informazioni esterne. Non dico che fossimo superiori. Dico che eravamo costretti ad esercitare la mente in modo differente. Questo pezzo prova a spiegare perché molte persone della mia generazione non esternalizzano il pensiero come i più giovani e perché quell’atteggiamento dovrebbe farci riflettere invece di giudicarlo obsolete.

Non esternalizzare il pensiero. Cosa significa davvero?

Esternalizzare il pensiero significa delegare processi mentali come ricordare, decidere, o valutare a strumenti esterni. È un gesto che oggi appare ovvio. Ma per chi ha imparato a risolvere problemi senza app support, senza ricerche immediate, la tendenza è diversa. È come avere muscoli cognitivi più allenati a sostenere il peso del dubbio e della prostata della memoria quotidiana. Questo non è nostalgia per la fatica. È osservazione empirica basata su decenni di abitudini formatesi prima dell’era mobile.

La memoria come infrastruttura privata

Le persone nate negli anni Settanta hanno spesso costruito un archivio interno: conoscenze, trucchi, strategie di lavoro che non sono state pensate per essere condivise in tempo reale. Non era questione di chiusura. Era pragmatico. Una lista nella testa, un metodo per prendere appunti su carta, un modo di parlare che testava le idee prima di renderle pubbliche. Questa resistenza a esternalizzare è anche una forma di responsabilità cognitiva. Tenere i processi dentro significa prendersi il peso delle conseguenze.

La generazione 70s e la tecnologia: non nemici ma divorzi parziali

Non è vero che chi è nato negli anni Settanta rifiuta la tecnologia. Si è trattato spesso di un incontro graduale. Abbiamo visto la trasformazione e abbiamo mantenuto una selettività che i più giovani non hanno imparato. Per molti di noi la tecnologia è uno strumento che si usa con cautela quando sminuisce capacità interne. La differenza è nel confine. Mentre le generazioni successive vedono il cloud come estensione della mente, noi continuiamo ad avere una soglia oltre la quale non delegare.

Un esempio semplice

Quando chiedo a un amico nato nel 1974 come ricordava il numero di telefono di sua madre prima dei cellulari, la risposta non è solo aneddoto. È una traccia di pratiche cognitive. Quelle pratiche non si cancellano per decreto tecnologico. Si trasformano se sono utili. Se non lo sono rimangono come una preferenza che ha un valore concreto: autonomia di giudizio.

Perché questa resistenza ci insegna qualcosa di utile

La tendenza a non esternalizzare completamente il pensiero espone un limite importante dei sistemi iperconnessi. Quando deleghiamo la valutazione a una interfaccia perdiamo pezzi della nostra bussola critica. Non è complottismo tecnologico. È un fatto psicologico: meno pratichi il ragionamento critico più ti affidi a scorciatoie esterne. Persone nate negli anni Settanta spesso conservano questa bussola perché l’hanno usata per anni.

We are shaped by our tools. When we let our minds wander, we set our brains free. Our brains are most productive when there is no demand that they be reactive.

Sherry Turkle Professor of the Social Studies of Science and Technology Massachusetts Institute of Technology

La citazione di Sherry Turkle non è un mantra. È una lente. Ci invita a considerare che l’esternalizzazione accelerata non produce automaticamente migliori decisioni. La capacità di attendere, di riflettere senza stimoli esterni, è una risorsa rara.

Resistenza come pratica democratica

Quando molte persone trattengono pensieri e poi li condividono con misura nascono discussioni più robuste. Non è elevazione morale. È un meccanismo sociale. La deliberazione collettiva migliora se una quota della popolazione non scarica subito la propria opinione su feed pubblici ma la modella prima. In un tempo che premia l’impulsività, questo atteggiamento ha valore civico.

Qualche errore interpretativo comune

Non confondiamo il trattenere il pensiero con egoismo cognitivo. Non è neanche sempre una difesa di tradizioni. Ci sono limiti visibili: chi non sperimenta con gli strumenti moderni rischia di perdere accesso a nuove forme di conoscenza. La questione fondamentale è equilibrio. E spesso l’equilibrio deriva dall’intenzionalità. Gli anni Settanta ci hanno insegnato l’importanza di essere intenzionati nel modo in cui usiamo la testa.

La trappola dell’ingenuità tecnologica

Con il tempo ho imparato a non denigrare l’uso degli strumenti. Piuttosto noto che la generazione nata negli anni Settanta ha una soglia di rischio diversa. Si valuta la qualità dell’informazione prima di integrarla nel proprio ragionamento. Questo atteggiamento a volte sembra lento ma spesso produce giudizi meno volatile e più resilienti.

Cosa possiamo imparare oggi da questa resistenza

Primo. Allenare la memoria attiva non è passatismo. È un investimento cognitivo. Secondo. Una cultura che non assorbe la resistenza rischia di perdere variazione strategica. Le società resilienti non sono quelle che convergono su un solo modo di pensare ma quelle che mantengono più modalità. Terzo. L’educazione dovrebbe insegnare anche a trattenere. Non tutto va immesso in rete in tempo reale. Un certo grado di silenzio mentale è fertilità.

Una nota personale

Non parlo per orgoglio di generazione. Parlo per fastidio verso soluzioni di comodo che impoveriscono il dialogo. Provo anche frustrazione quando vedo giovani bravi che rinunciano alla fatica cognitiva perché esiste un’app che la fa al posto loro. Ma non voglio neppure trasformare questa critica in un richiamo moralistico. La verità reale è più sfumata e meno eroica.

Conclusione aperta

Non posso predire se la resistenza a esternalizzare il pensiero durerà. Posso però dire che c’è valore nel preservare alcune pratiche mentali. L’attenzione non è una risorsa illimitata. La generazione nata negli anni Settanta ci mostra come consumarla con parsimonia. A volte credo che il miglior atto di innovazione sia imparare a non usare certe innovazioni come scorciatoia per pensare.

Alla fine la domanda resta: quale mix di memoria interna e strumenti esterni ci rende più umani e più efficaci? Non ho una risposta definitiva. Ma conosco persone che la cercano e questa è già una buona notizia.

Tabella riassuntiva

Idea chiave Perché conta Impatto pratico
Non esternalizzare il pensiero Preserva capacità critiche e memoria attiva Decisioni più riflettute e responsabilità individuale
Selettività tecnologica Usare strumenti quando aumentano valore cognitivo Migliore controllo dell attenzione e meno distrazione
Resistenza come valore sociale Favorisce deliberazione più profonda Discussioni pubbliche meno impulsive
Equilibrio pratico Evita dogmi sia pro che contro la tecnologia Maggiore resilienza cognitiva individuale e collettiva

FAQ

1. Le persone nate negli anni Settanta sono naturalmente migliori a pensare criticamente?

No. Non è una questione di superiorità innata. Quello che vediamo è l’effetto di pratiche culturali e formative. Chi è nato negli anni Settanta ha avuto meno incentivi a delegare compiti cognitivi e ha sviluppato routine che allenano la memoria e l’attenzione. Questo non garantisce migliore pensiero critico ma crea una differenza nelle abitudini che può essere utile da osservare e, quando opportuno, imparare.

2. Esternalizzare il pensiero è sempre dannoso?

Assolutamente no. La delega a strumenti esterni può aumentare produttività e accesso alla conoscenza. Il problema è l automatismo. Quando la delega diventa comportamento predefinito senza valutazione critica allora emergono rischi. L ideale è integrare strumenti esterni con pratiche di verifica e riflessione personale.

3. Come possiamo insegnare a giovani e meno giovani a trattenere il pensiero?

Non esiste una ricetta unica. Alcune pratiche utili includono periodi senza schermo dedicati alla lettura profonda, esercizi di memoria attiva, e l abitudine a formulare idee per iscritto prima di condividerle. L importante è coltivare l intenzionalità. Non è tecnica da guru. È disciplina quotidiana che richiede pazienza.

4. Questa resistenza ha svantaggi sociali o professionali?

Può averne. In contesti che premiano la reattività immediata e la velocità di comunicazione chi trattiene troppo può apparire lento o poco collaborativo. Tuttavia spesso il valore a lungo termine di giudizi più ponderati compensa queste perdite. La sfida è scegliere il luogo e il momento in cui mostrare la propria lentezza cognitiva come risorsa.

5. La cultura digitale può imparare qualcosa da questa generazione?

Sì. La cultura digitale trarrebbe beneficio dal recuperare pratiche che valorizzano la riflessione e la memoria interna. Invece di progettare sempre per la rapidità e la sostituzione della memoria umana, sarebbe utile creare spazi che incoraggino l approfondimento e il ritardo deliberato della risposta. Questo non ferma il progresso. Lo rende più sostenibile.

6. Cosa posso provare da subito se voglio ridurre l esternalizzazione?

Un piccolo esperimento funziona spesso meglio di mille buone intenzioni. Per due settimane prova a non cercare subito una risposta su internet per questioni non urgenti. Annotale e affrontale a mente prima di cercare strumenti esterni. Osserva cosa cambia nel tuo processo decisionale e nella tua capacità di memoria. I risultati saranno illuminanti.

Autore

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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