La mentalità della responsabilità degli anni 70 che la vita moderna sembra aver rinunciato

Nelle case di provincia degli anni 70 si respirava un senso del dovere che non si limitava alla mera obbedienza alle regole. Era una forma di responsabilità che si allungava oltre il singolo, toccava il vicino, la scuola, la piazza. Non dico che fosse perfetta. C’erano omissioni e ingiustizie. Però c’era una rete visibile di attese reciproche e di piccoli impegni quotidiani che oggi fatichiamo a riconoscere.

Un ricordo personale non ordinario

Ricordo un vicino che sistemava l’ancorina della chiesa dopo la festa patronale. Non l’aveva incaricato nessuno ufficialmente. Lo faceva perché quella chiesa gli apparteneva quanto il suo balcone. Quel gesto non era retorica. Era un investimento di tempo che rendeva la comunità leggibile. Oggi quei ruoli si scorrono con un dito sullo schermo.

Perché la responsabilità era diversa

La mentalità della responsabilità non era solo rispetto delle regole. Era capacità di percepire il peso delle conseguenze. Se una strada diventava disco di fanghiglia l’estate successiva, qualcuno dei vicini si sentiva obbligato a cercare una soluzione. Questo non significa che non esistessero pigrizia e egoismi. Significa piuttosto che il confine tra quello che era mio e ciò che era nostro era più sfocato e spesso attraversabile.

La modernità che marginalizza il senso di cura

Viviamo in un sistema che premia la scelta individuale e la specializzazione. Il risultato è che molte forme di responsabilità distribuita sono state privatizzate. Le famiglie delegano servizi. Le città affidano alle imprese soluzioni che prima erano condivise. Il cambiamento è complesso e non sempre negativo. Però c’è un prezzo che paghiamo: l’atrofia delle pratiche collettive.

Non sto proponendo un ritorno ingenuo a un passato mitizzato. La questione è più sottile. Abbiamo rimosso molte responsabilità sociali non perché fossero sbagliate ma perché le nuove economie non sanno dove inserirle. Così succede che la cura di un parco o il sostegno a una mensa scolastica diventano compiti da esternalizzare.

Quando il legame è economico e non morale

La trasformazione di compiti comuni in servizi a pagamento cambia il tipo di impegno richiesto. Paghi qualcuno e la responsabilità sembra svanire dall’immaginario collettivo. Ma il problema non è solo economico. È culturale. Si altera il modo in cui pensiamo la proprietà morale del bene pubblico. Perdiamo la pratica di cui siamo artigiani prima ancora che proprietari.

Le parole di uno studioso che ci aiutano a capire

There has been a shriveling of our sense of connection and responsibility for other people. We have become more self individually focused over this period. When people talk about our kids now they mean my biological kids.

— Robert D. Putnam Professor of Public Policy Harvard University

Putnam inquadra con chiarezza una dinamica che non è solo americana. Il restringimento dell’idea di chi merita la nostra cura è un fenomeno osservabile anche in contesti italiani. Non possiamo però liquidarlo come semplice amore per l’indipendenza. È una trasformazione sistemica.

Un invito critico e non nostalgico

Preferisco guardare a questi aspetti con un atteggiamento critico. A volte la responsabilità degli anni 70 era conservatrice e chiudeva porte. Ma c’erano pratiche che funzionavano. Ripensarle non significa restaurare tutto quello che era. Significa selezionare e riattivare ciò che ancora oggi produce resilienza sociale.

Piccoli esperimenti pratici che non trovi sui social

Non serve un piano nazionale miracoloso. Funzionano microinterventi che stimolano la responsabilità condivisa. Un esempio concreto: un calendario di piccoli lavori di manutenzione nelle scuole affidato alle famiglie e alle associazioni locali. Non è servizio volontario che sostituisce il pubblico. È un modo per ripristinare un senso di appartenenza e competenza reciproca.

Queste pratiche sono spesso invisibili agli algoritmi che monetizzano la partecipazione. Gli algoritmi sono eccellenti a misurare click ma incapaci di nutrire l’idea che c’è qualcosa di comune da custodire. Ecco perché la politica deve smettere di individualizzare i problemi morali e cominciare a progettare istituzioni che richiedano partecipazione reale.

Non tutto è perduto. Alcune tracce resistono

Esistono comunità che mantengono rituali di responsabilità. Cooperativa agricole, comitati di quartiere, bande musicali locali. Non sono grandi numeri ma sono segnali. Quando leggi una lista di nomi dietro l’organizzazione di una festa patronale capisci che la responsabilità è fatta di volti e conoscenze, non di manifesti.

La domanda aperta è: possiamo reinventare questi legami dentro un sistema che è profondamente diverso? La risposta non è scontata. Richiede fatica istituzionale e volontà politica ma soprattutto un cambio di immaginario. Dobbiamo tornare a pensare che alcune cose non devono avere un prezzo in contanti per essere prese sul serio.

Una posizione netta

Sono critico verso chi idealizza il passato senza accettarne i limiti. Ma resto altrettanto critico verso l’idea che la modernità abbia risolto il problema della responsabilità. La modernità ha spostato i costi e i confini. La mia posizione è che dobbiamo riappropriarci di certe pratiche e ricalibrarle per il presente. Non è facile. Non è romantico. È necessario.

Tabella riassuntiva delle idee chiave

Tema Idea principale
Origine La mentalità della responsabilità degli anni 70 era distribuita tra cittadini famiglie e istituzioni locali.
Perdita Modernità e mercificazione hanno privatizzato molti obblighi collettivi.
Conseguenza Atrofia delle pratiche collettive e riduzione della cura per il bene comune.
Possibile risposta Microinterventi comunitari istituzioni che richiedono partecipazione e ricalibrare l immaginario civico.

FAQ

Che cosa intendo esattamente con la mentalità della responsabilità?

È un modo di pensare in cui le azioni individuali sono orientate anche al mantenimento dei beni e delle pratiche collettive. Non è solo senso del dovere ma una percezione che la vita comune richiede cura e manutenzione continua. Questa mentalità comporta assunzione di responsabilità anche per cose che non producono un ritorno immediato per il singolo.

Perché non possiamo semplicemente delegare tutto al pubblico o al privato?

Delegare semplifica ma impoverisce il tessuto relazionale. Quando tutto è fornito come servizio il cittadino perde esercizio pratico nel contribuire. Le istituzioni possono e devono fornire servizi ma il rischio è che perdiamo competenze civiche e capacità di iniziativa collettiva che sono fondamentali per la resilienza sociale nelle crisi.

Quali ostacoli ci sono per recuperare queste pratiche?

Ci sono barriere culturali economiche e strutturali. Molti lavorano più ore e hanno meno tempo libero. Le politiche urbane spesso frammentano i quartieri rendendo più difficile l organizzazione spontanea. Infine l immaginario dominante premia il consumo di soluzioni pronte invece della partecipazione prolungata.

Come iniziare concretamente in un quartiere moderno?

Iniziare con obiettivi limitati e visibili. Una campagna per la manutenzione di una piazza un gruppo di persone che si alternano per tenere pulito un piccolo spazio verde o una lettura pubblica per bambini. L importante è creare pratiche ripetute che consolidino fiducia e competenze condivise. Piccolo e ripetuto batte spettacolare e isolato.

Questo non rischia di ricadere nel volontariato che sostituisce servizi essenziali?

Il rischio esiste se la responsabilità civica viene usata come scusa per tagliare servizi pubblici. La linea di demarcazione deve essere chiara. Il contributo dei cittadini deve integrare non sostituire. Occorre trasparenza e impegni istituzionali che garantiscano risorse e non si limitino a una retorica della buona volontà.

Che ruolo hanno le nuove tecnologie in tutto questo?

Le tecnologie possono facilitare la coordinazione ma non possono sostituire l investimento relazionale. Possono aiutare ad organizzare turni e a raccogliere segnalazioni ma restano strumenti. La vera differenza la fanno le relazioni che si costruiscono offline e la fiducia che si genera nel tempo.

Autore

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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