Quante volte ti è capitato di chiudere gli occhi per un secondo mentre cerchi la parola giusta o mentre racconti qualcosa di importante? Non è mancanza di rispetto. È un gesto che molte persone compiono istintivamente e che la ricerca psicologica sta finalmente prendendo sul serio. In questo pezzo provo a spiegare perché quel battito d’ali delle palpebre è più che un tic nervoso: è un piccolo reset cognitivo. E sì, ho opinioni precise su quanto e quando usarlo.
Un gesto semplice che non è banale
Chiudere gli occhi per un istante durante una conversazione rompe una regola non scritta della comunicazione faccia a faccia. L’etichetta sociale ci chiede di guardare l’interlocutore negli occhi; la neuroscienza dice che l’occhio è una porta di ingresso enorme per informazioni visive che richiedono risorse del cervello. Toglierla di mezzo, anche per mezzo secondo, libera risorse mentali. Non è magia. È economia dell’attenzione.
Non solo memoria ma anche creatività e concentrazione
Studi di laboratorio hanno mostrato che ridurre il flusso visivo favorisce la rievocazione di dettagli e facilita il pensiero creativo. Ricercatori italiani e internazionali hanno osservato che i momenti di insight tendono a emergere quando gli occhi si chiudono o lo sguardo si perde. Sospetto che questo accada perché il cervello decide di sottrarsi temporaneamente al mondo esterno per occuparsi di se stesso, senza chiedere permesso a norme sociali che pretendono lo sguardo fisso.
La scienza dietro il gesto
Non voglio trasformare questo pezzo in una rassegna bibliografica, ma alcune ricerche sono particolarmente utili per capire il fenomeno. Uno studio condotto allUniversità di Surrey ha mostrato che chi chiude gli occhi durante la rievocazione di un evento ricorda più dettagli precisi rispetto a chi mantiene lo sguardo fisso. Il principio è semplice: meno input visivi in competizione, più risorse per recuperare informazioni interne.
“Although closing your eyes to remember seems to work whether or not rapport has been built beforehand, our results show that building rapport makes witnesses more at ease with closing their eyes. That in itself is vital if we are to encourage witnesses to use this helpful technique during interviews.” Dr Robert Nash Experimental psychologist University of Surrey
Questa osservazione è elegante e pratica. Nash non sta esaltando il gesto come panacea ma segnala un nodo cruciale: la ricezione sociale. Se laltro percepisce il gesto come fuga o disinteresse, il vantaggio svanisce. In altri termini il beneficio cognitivo è condizionato dallambiente relazionale.
Pensare mentre sembra che tu non stia pensando
Chiudere gli occhi comunica qualcosa di ambiguo. A volte significa stai meditando, altre volte sto mentendo oppure sto solo cercando una parola banale. La mia posizione è che la società dovrebbe imparare a distinguere i tempi del pensiero dai tempi della performance. Non sempre guardare fisso è sinonimo di onestà intellettuale. Spesso è soltanto teatro.
Quando conviene farlo e quando è un autogol
Non consiglio di chiudere gli occhi ogni cinque secondi. Luso strategico è fondamentale. Se stai raccontando una storia emotiva e vuoi che laltro senta la tua presenza, chiudere gli occhi troppo spesso può spezzare il filo empatico. Ma se stai cercando un termine tecnico o vuoi riorganizzare un pensiero complesso, quellistante può evitare quei tentennamenti che fanno perdere credibilità.
La logica del piccolo intervallo
Immagina il cervello come un ufficio in cui entrano clienti senza sosta. Chiudere gli occhi è come abbassare la saracinesca per riordinare pratiche. La durata ideale non è standard: per alcuni è mezzo secondo, per altri uno o due secondi. Il punto è che il rimedio funziona quando è breve e intenzionale, non quando diventa una fuga prolungata. Personalmente trovo che lintervallo giusto cambi anche in base al luogo e al partner di conversazione.
Effetti collaterali sociali
Il gesto vive sempre in un campo che mescola segnali verbali e non verbali. In certi contesti professionali chiudere gli occhi può essere interpretato come arrogante o presuntuoso. In contesti intimi invece può essere letto come sincero. Per questo è importante un minimo di alfabetizzazione emotiva: sappiamo quali routine comunicative funzionano con chi. Se non la sappiamo, il rischio di equivoco aumenta.
Un consiglio pratico che non è una regola
Non ho intenzione di prescrivere una regola universale. Semplicemente suggerisco di essere consapevoli. Quando senti che la mente inceppa, puoi chiudere gli occhi per un residuo di tempo e poi riaprire con un respiro che rimette in asse il corpo e la conversazione. Io stesso lo uso spesso prima di spiegare concetti difficili ai miei figli. Funziona più spesso di quanto vorrei ammettere.
Una riflessione personale
Mi infastidisce quando le norme sociali nascondono pratiche cognitive utili. Non voglio idolatrare il gesto come miracolo, ma mi dà fastidio che troppe buone pratiche interiori vengano stigmatizzate perché appaiono strane. Il nostro linguaggio del corpo è più complesso di quanto il galateo permetta. Se chiudere gli occhi aiuta, allora vale la pena accettarlo senza sensi di colpa.
Restano domande aperte
Non abbiamo tutte le risposte. Non sappiamo esattamente quanto varia il beneficio in relazione alla cultura, alla personalità o alletà. Non ho la verità assoluta e non trovo desiderabile che qualcuno la usi come scusa per ignorare gli altri. Quello che sostengo è semplice: il gesto merita rispetto scientifico e sociale, non sospetto automatico.
Conclusione
Chiudere gli occhi per un istante durante una conversazione è un piccolo trucco cognitivo che funziona perché riduce linterferenza visiva e permette di allocare risorse interne. Funziona meglio quando chi parla e chi ascolta hanno una certa fiducia reciproca. Non è sempre adatto, non è sempre elegante, ma nella maggior parte dei casi è efficace e del tutto umano. Io lo faccio e non mi vergogno. E tu?
Riepilogo sintetico
| Idea chiave | Implicazione pratica |
|---|---|
| Riduzione input visivo | Libera risorse cognitive per memoria e pensiero creativo |
| Durata breve e intenzionale | Massimizza il vantaggio senza creare equivoci sociali |
| Contesto relazionale | Funziona meglio quando esiste fiducia e rapporto |
| Possibile fraintendimento | In certi ambienti professionali può essere scambiato per disinteresse |
FAQ
1. Chiudere gli occhi equivale a mentire?
No. Il gesto non è un indicatore affidabile di menzogna. Molte ricerche indicano che la chiusura degli occhi può servire a elaborare ricordi o idee. In assenza di altri segnali incoerenti, il solo gesto non dice nulla di definitivo sullonestà di una persona.
2. Quanto tempo è opportuno chiudere gli occhi durante una conversazione?
Non esiste una durata universale, ma nella pratica funzionano intervalli brevi compresi tra mezzo secondo e due secondi. Il criterio utile è l-intenzionalità: se il gesto è consapevole e funzionale alla riorganizzazione del pensiero, tende a essere efficace. Se diventa ripetitivo o prolungato perde parte dei benefici e può risultare scortese.
3. Succede a tutti o solo a persone creative?
È un fenomeno abbastanza diffuso. Alcune persone lo fanno più spesso di altre, ma studi su insight e attenzione mostrano che chiudere gli occhi è associato a momenti di pensiero interno anche in soggetti non classificati come particolarmente creativi. È più frequente quando serve rievocare dettagli o trovare soluzioni non immediate.
4. Si può imparare a farlo senza sembrare rude?
Sì. La strategia consiste nellintegrare il gesto in una routine comunicativa chiara. Per esempio annunciare un attimo con una parola o un respiro prima di chiudere gli occhi aiuta laltro a interpretare il gesto come pausa pensata anziché come disattenzione. La chiave è la coscienza sociale: usalo sapendo che potrebbe essere letto in modi diversi.
5. Ci sono differenze culturali rilevanti?
È probabile. Le norme relative al contatto visivo variano molto tra culture, quindi lo stesso gesto può essere accettato in un contesto e considerato scortese in un altro. Questo è uno degli aspetti ancora poco esplorati e che merita attenzione da parte della ricerca comparata.