Sentirsi insicuri sulle proprie emozioni è più comune di quanto ammettiamo. A volte sappiamo di essere arrabbiati o tristi ma ci fermiamo comunque. Altre volte un impulso di paura ci paralizza e lo scambiamo per debolezza. Questo articolo non promette soluzioni magiche né facili ricette. Offre invece uno sguardo concreto e personale su un quesito che incontro ogni giorno nella mia vita e in quella delle persone attorno a me: perché non ci fidiamo dei nostri segnali emotivi?
Il problema non è la sensibilità ma la fiducia
Molti leggono le proprie emozioni come se fossero piccoli cartelli stradali. Io credo che sia più utile pensare alle emozioni come a segnali radio: a volte arrivano chiari, a volte disturbati. Non è un problema di intensità. È un problema di interpretazione e di storia personale. Chi dubita delle proprie sensazioni spesso non è meno ricettivo degli altri. È stato educato a dubitare.
Una storia personale
Ricordo una conoscente che ogni volta che si arrabbiava con il partner se ne vergognava. Diceva che larrabbiatura la rendeva cattiva. Nel tempo imparò a zittire quel segnale emotivo. Il risultato fu curioso e per certi versi prevedibile. Quellenergia repressa tornava sotto forma di ansia e malessere fisico. Non è un paradosso. È la logica di chi non si fida delle proprie evocazioni interiori.
Le radici psicologiche della sfiducia emotiva
Ci sono meccanismi riconosciuti che spiegano questa sfiducia. Primo, linteroceptive mismatch ossia la scarsa capacità di leggere i segnali del corpo come fame sonno fatica o tensione. Secondo, la costruzione culturale delle emozioni: alcune società e famiglie insegnano che certe emozioni sono inaccettabili. Terzo, le esperienze di tradimento emotivo che rimodellano la nostra aspettativa di vulnerabilità.
Lisa Feldman Barrett PhD Professor of Psychology Northeastern University has argued that emotions are made by the brain as needed and are not simply hardwired responses.
Citare Barrett non è per fare autorità ma per ricordare una cosa semplice e pericolosa insieme. Se le emozioni sono costruite allora possono anche essere ripensate. Però chi ha imparato a non riconoscerle ha perso il linguaggio per ripensarle.
Perché la cultura conta
In alcune famiglie mostrare dolore è stato interpretato come debolezza. In altre la rabbia è stata assimilata a disordine. La cultura modella il lessico emotivo. Più povero è quel lessico più diventa difficile decifrare anche segnali chiari. Questo non si risolve con slogan motivazionali. Serve pratica quotidiana e laccettazione di risultati imperfetti.
Il ruolo del corpo e della coscienza
Il corpo non mente. Ma spesso la mente traduce male. Antonio Damasio ha insegnato che il sentimento è la base della coscienza e che il corpo e la mente sono intrecciati. Se non riconosciamo le pulsazioni il respiro la tensione muscolare perdiamo informazioni cruciali. Non cè niente di mistico qui. È fisiologia applicata alla comprensione di se stessi.
Antonio Damasio David Dornsife Professor of Neuroscience Psychology and Philosophy University of Southern California has described feelings as the basis of consciousness noting that feelings let the mind know that mind and body are together.
Questa affermazione scompiglia il falso dilemma tra ragione ed emozione. Le emozioni non sono intrusi che sabotano il pensiero razionale. Sono dati. Il problema è che spesso li trattiamo come opinioni non come prove.
Perdita di fiducia e sopravvivenza sociale
Un altro fattore spesso sottovalutato è la strategia sociale. In contesti personali o professionali dove la manifestazione emotiva è punita o svalutata impariamo a nascondere. Nascondere può aver senso nellimmediato ma a medio termine erode la fiducia in se stessi. Si crea una specie di ritorno donda: la persona nota che ignorando la propria ansia non cambia nulla e conclude che il suo stato interno è inaffidabile.
Perché i consigli semplici non funzionano
Frasi come ascolta il tuo cuore o segui il tuo istinto suonano bene ma in pratica colpevolizzano chi non ci riesce. Non è colpa di chi non può fidarsi. Spesso manca il contesto e la grammatica emotiva. Dare uno strumento senza insegnare il suo uso è peggio di non darlo affatto.
Qualche proposta pratica senza essere prescrittivi
Non propongo una lista di compiti ma alcune direzioni che a mio avviso funzionano meglio delle frasi fatte. Prima direzione: allenare linteroception con esercizi corporei minimi e ripetuti. Seconda direzione: arricchire il vocabolario emotivo nominandole sensazioni specifiche. Terza direzione: esperimenti controllati con se stessi provare a rispondere a un sentimento con una piccola azione e osservare il risultato.
Non dico che sia facile. Dico che senza pratica la fiducia emotiva rimane unaccessorio che indossiamo quando ci sentiamo pronti e che poi lasciamo nellarmadio.
Quando la scienza incontra la pratica quotidiana
La ricerca offre mappe ma non sostituisce la navigazione personale. Capire che le emozioni sono costruite o che il corpo informa la mente non risolve la paura di mostrarsi. Però dà un vantaggio tangibile: il riconoscimento che il problema è in parte rimovibile. Non è destino irreversibile.
Personalmente mi infastidisce la narrativa che colpevolizza chi non sente fiducia. Preferisco una posizione scomoda e onesta: se non ti fidi dei tuoi segnali emotivi hai buone ragioni. Alcune possono essere cambiate altre no. Il compito è capire quali sono quali e agire con strumenti che rispettino la tua storia.
Conclusione aperta
Non chiudo con promesse. Chi legge potrebbe rimanere nella stessa domanda di prima ed è un esito legittimo. Quello che mi interessa è lasciare una traccia pratica: il dubbio sulle emozioni non è un difetto irreparabile. È un fenomeno con cause riconoscibili e con vie di allenamento. Forse la fiducia emotiva non è un dono. Forse è un mestiere che si impara giorno dopo giorno.
Riassumendo le idee principali troverai la sintesi nella tabella che segue.
| Problema | Meccanismo | Indicazione pratica |
|---|---|---|
| Dubbi sulle emozioni | Storia familiare e culturale | Espandere il vocabolario emotivo |
| Scarsa lettura del corpo | Interoception debole | Esercizi corporei brevi e regolari |
| Tradimenti emotivi | Perdita di fiducia sociale | Esperimenti graduali di vulnerabilità |
| Interpretazione errata | Concetti appresi e predizioni cerebrali | Sperimentare risposte diverse e annotare risultati |
FAQ
Come faccio a capire se non riesco a fidarmi delle mie emozioni o se sono solo confuso in un momento?
La differenza sta nella frequenza e nella reazione. Se la confusione è episodica probabilmente si tratta di un momento specifico. Se invece sistematicamente ignori o giudichi le tue reazioni incolpandoti allora potrebbe esserci un sistema consolidato di sfiducia. Tenere un diario delle sensazioni con tempo luogo e reazione aiuta a distinguere il pattern dallevento isolato.
È possibile imparare a fidarsi senza terapia?
Si possono fare passi concreti anche da soli come esercizi di attenzione al corpo esercizi di denominazione emotiva e piccoli esperimenti controllati con persone di fiducia. Tuttavia la terapia rimane uno strumento potente quando la storia personale è complessa. Nondimeno non è indispensabile per iniziare il lavoro pratico quotidiano.
Che ruolo ha la cultura italiana in questo fenomeno?
La cultura influenza fortemente linterpretazione delle emozioni. In Italia alcuni contesti premiano la passionalità mentre altri stigmatizzano la vulnerabilità come segno di debolezza. Il risultato è una convivenza di messaggi contraddittori che può generare confusione. Riconoscere queste contraddizioni è già un primo passo per non prendere le emozioni come giudizi morali.
Quanto tempo ci vuole per cambiare il rapporto con le proprie emozioni?
Non esiste una tempistica universale. Per alcuni piccoli cambiamenti si notano in poche settimane per altri la trasformazione richiede mesi o anni. La variabile decisiva è la coerenza degli esercizi e la qualità del contesto sociale in cui si fa pratica. Piccoli progressi ripetuti sono più efficaci di grandi gesti sporadici.
È utile parlarne con amici o è meglio tenere tutto per sé?
Mettere in parola le emozioni con interlocutori empatici può rafforzare la fiducia. Tuttavia la scelta dellinterlocutore è cruciale. Parlare con qualcuno che minimizza o giudica peggiora la situazione. Cercare almeno una persona che ascolti senza risposte affrettate offre uno spazio sicuro per verificare come reagiscono i tuoi segnali in un contesto reale.