Avete mai notato che le persone degli anni 60 e 70 non si agitano? Ecco perché

C’è qualcosa nei modi di chi è cresciuto negli anni 60 e 70 che quasi sembra immunizzarli contro l’agitazione ostentata. Non è magia, né è solo atteggiamento da cinema. È un miscuglio di esperienze comuni a quella generazione che oggi si manifesta come calma apparente. Io la vedo nelle feste di paese, nelle file alle poste, nelle cene dove le parole pesano e le emozioni non si gridano. Questo pezzo vuole esplorare quella calma senza adulazione e senza banalizzarla: perché non è vero che non sentono niente, anzi spesso sentono molto di più di quanto lascino vedere.

Un temperamento che non nasce dal nulla

La calma dei nati tra il 1940 e il 1965 nasce da tessere di esperienza incastonate insieme. Crescere in un mondo senza notifiche costanti e senza la necessità di performare socialmente ha prodotto strumenti pratici di gestione emotiva. Ho parlato con amici, vicini e con la mia famiglia e ho notato una struttura mentale: aspettare, sopportare, capire come reagire. Non una freddezza chirurgica ma una capacità di sospendere l’urgenza.

Educazione e norme sociali

Quella generazione è stata allevata in contesti che premiavano il controllo e la discrezione. Non era raro che piangere in pubblico fosse considerato una perdita di dignità piuttosto che un atto di liberazione. Questo ha creato una cultura della privacy emotiva: si parla meno, si mostra meno. Ma attenzione a non confondere riserbo con indifferenza; spesso dietro il silenzio c’è una partecipazione profonda che non necessita di rumore.

Il valore dell’attesa

Prima dell’era dell’immediato avere pazienza non era una scelta estetica ma una necessità quotidiana. Non poter comprare o sapere subito ha addestrato la muscolatura della tolleranza. E questa muscolatura continua a funzionare: quando succede qualcosa di sconvolgente, la reazione può essere macchinosa, lenta, ma spesso più calibrata di un impulso che esplode in 280 caratteri.

Esperienze collettive che temprano

Guerre recenti nel secolo scorso, ricostruzione, crisi economiche ripetute e sistemi sanitari differenti hanno cementato una visione pragmatica. È una resilienza che non ha bisogno di hashtag per esistere. Personalmente, ho osservato che i racconti di famiglia — non sempre narrati come drammi ma come episodi quotidiani — hanno insegnato a mettere i problemi in prospettiva. Questo non riduce il dolore, lo riformula.

“C’è l’idea che diventiamo migliori nel regolare le emozioni con l’età. Con gli anni impariamo a non cambiare la situazione ma a riconsiderare il nostro rapporto con essa.” Adam Davey Psicologo Temple University.

Questa frase risuona perché coglie un movimento interno: adattamento cognitivo più che semplice soppressione. Non sempre è sano ma è un meccanismo condiviso.

La tecnologia ha amplificato l’agitazione altrove

Se oggi la rabbia e l’ansia sono visibili in tempo reale sui feed, questo crea una visibilità che amplifica l’impressione che le generazioni più giovani siano più emotive. Forse non sono più emotive. Forse espongono emozioni diverse, in modi diversi. I nati negli anni 60 e 70 spesso non vedono la necessità di convertire ogni turbamento in un atto pubblico. È una scelta culturale che dà fastidio a chi ha imparato a misurare tutto con engagement.

Un esempio personale

Ricordo una festa di quartiere dove un uomo sulla settantina si trovò in mezzo a una discussione accesa. Non alzò la voce. Si voltò, prese una sedia e si sedette di lato. La conversazione si sgonfiò. Non aveva risolto nulla in modo spettacolare ma aveva mutato l’energia della stanza. Il suo gesto non ha impallato il confronto ma ha creato una pausa che ha cambiato il corso della serata. È una tattica semplice e non performativa.

Competenze silenziose di regolazione emotiva

Le abilità pratiche sono spesso sottovalutate: il saper ascoltare senza immediata reattività, il passo indietro strategico, il raccontare storie che rimettono le cose in proporzione. Professionisti della salute mentale notano che con l’età molte persone sviluppano capacità di regolazione più sofisticate. Non è un fatto universale, non è una verità morale, è un dato osservabile.

“Senza costante supervisione molti di loro hanno sviluppato tolleranza al disagio e capacità di problem solving.” Dr Crystal Saidi Psy D Thriveworks.

La citazione è utile perché collega comportamenti concreti a una formazione emotiva che ha radici nelle pratiche quotidiane dell’infanzia e dell’adolescenza.

Quando la calma è maschera

Non tutto è positivo. A volte il non agitarsi è un modo per non chiedere aiuto. Ho visto persone che tengono dentro e poi esplodono in forme sottostanti di sofferenza fisica o isolamento. La calma generazionale deve essere letta con delicatezza critica: vale la pena ammirarla ma anche interrogarne i costi.

Per i più giovani: lezioni e incomprensioni

I giovani spesso interpretano questa calma come freddezza o rimozione. È comprensibile. Ma c’è una lezione praticabile: imparare a non reagire subito, provare a mettere pausa, rispettare i silenzi. Non per adottare un copione identitario ma per allargare il proprio kit di strumenti emotivi. Allo stesso tempo i più anziani potrebbero imparare a condividere di più senza sentirsi esposti.

Uno spazio aperto, non una sentenza

Non dico che una generazione abbia ragione e l’altra torto. Dico che hanno meccanismi diversi. E che il valore sta nell’incrociarli senza litigare per ipotesi morali. A volte riconosco in quel silenzio una saggezza che non pretende spettacolo. Altre volte vedo un rifiuto ostinato del cambiamento emotivo che vorrei più fluido.

Conclusione provvisoria

La calma dei nati negli anni 60 e 70 non è un trucco retorico. È frutto di storie di vita, educazione e pratiche sociali che hanno addestrato la gestione delle emozioni in modi concreti. Ma non è una panacea. A volte è forza, a volte è limite. La domanda interessante non è se siano meglio o peggio ma se possiamo imparare da loro e insegnare loro a nostra volta a condividere senza paura.

Riepilogo sintetico

Idea chiave Perché conta
Norme sociali di discrezione Hanno modellato il modo di esprimere le emozioni.
Sopportare l’attesa Ha rinforzato la tolleranza al disagio quotidiano.
Esperienze collettive Crisi e ricostruzione hanno temprato la reazione emotiva.
Riserbo non è assenza Spesso la partecipazione è nascosta ma intensa.
Rischi della calma Può mascherare bisogni non espressi.

FAQ

Perché sembrano meno reattivi alle ingiustizie sociali?

Molti di loro hanno imparato strategie alternative alla protesta plateale. Questo non significa che non vedano le ingiustizie ma che scelgono mezzi diversi per intervenire come mediare, organizzare silenziosamente o sostenere dal basso. Spesso preferiscono azioni concrete e durature piuttosto che l’urlo pubblico istantaneo.

La loro calma è innata o appresa?

È largamente appresa. Le condizioni storiche e culturali in cui sono cresciuti hanno modellato risposte emotive che oggi appaiono come tratti di personalità ma sono pratiche sedimentate nel tempo.

Si tratta di mascolinità tradizionale?

In parte sì per molti uomini di quella generazione, ma non è esclusiva. Anche donne e persone non conformi hanno assorbito norme di discrezione emotiva. È più utile pensare a questa calma come risultato di norme di ruolo e di contesto piuttosto che ridurla a un solo fattore.

Possono cambiare queste abitudini?

Sì ma il cambiamento non è automatico. Richiede motivazioni, possibilità di esprimersi in modo sicuro e tempo. Modelli generazionali non scompaiono in una conversazione ma possono evolvere con l’esperienza e la volontà di apertura reciproca.

Come dialogare con chi mantiene questo stile?

Mostrare pazienza, chiedere anziché supporre, e offrire spazi dove si può decidere se parlare o meno. A volte una domanda sincera e calma apre più porte di una critica urlata.

Autore

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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