Non è solo nostalgia o la solita retorica sulle “buone vecchie abitudini”. C’è qualcosa di sistematico e misurabile nel modo in cui le persone nate negli anni 60 e 70 affrontano lo stress, e la psicologia contemporanea inizia a spiegare perché. In questo pezzo provo a mettere insieme ricerche, osservazioni personali e qualche ipotesi che non troverete negli articoli che ripetono gli stessi esempi di sempre. Non prometto risposte definitive. Voglio però offrirvi uno sguardo scomodo e un po’ personale su un fenomeno che ci riguarda tutti.
Un tratto emergente più che un vanto generazionale
Chi è nato nei 60 e 70 ha attraversato transizioni storiche intense: dall’analogico al digitale, crisi economiche ripetute, cambiamenti nei modelli familiari e lavorativi. Queste generazioni spesso riportano livelli di stress elevati, ma paradossalmente mostrano anche una maggiore capacità di ricomporre la quotidianità dopo gli urti. Psicologi e sociologi parlano di resilienza come di un processo più che di un dono innato. Questa osservazione mi pare cruciale: non significa che chi ha vissuto quegli anni sia immune o supremo. Significa che certi strumenti di sopravvivenza psicologica si sono sedimentati.
Formazione per esperienze ripetute
Non è retorica. L’esposizione ripetuta a difficoltà larghe e vaghe — crisi economiche, ristrutturazioni aziendali, responsabilità familiari intrecciate — funziona come un allenamento. Molte persone di queste coorti mi hanno raccontato una sensazione comune: un’ansia iniziale, seguita da una rapidissima razionalizzazione pratica. Si scopre una gerarchia interna di problemi: cosa va risolto subito cosa può attendere cosa richiede empatia. È una capacità che nasce senza traumi celebrativi: a volte è sopravvivenza pura e semplice.
La psicologia dietro il comportamento
La letteratura scientifica descrive la resilienza come un insieme di comportamenti pensieri e azioni che possono essere appresi e consolidati nel tempo. Non è un vezzo morale. È un meccanismo adattivo che si costruisce quando l’individuo impara a ricodificare gli eventi negativi come temporanei specifici e non totalmente personali. Non mi invento nulla: questa idea è riassunta anche nelle sintesi del lavoro nella psicologia positiva contemporanea.
“Reaching beyond where you are is really important. I don’t mind being wrong, and I don’t mind changing my mind. It is a great adventure.” Martin E P Seligman Zellerbach Family Professor of Psychology University of Pennsylvania.
La citazione sopra non è un aforisma da salotto. È la voce di un ricercatore che ha studiato come i modi di interpretare gli eventi cambino la nostra capacità di ripresa. Quella disposizione a rivedere le proprie certezze e a considerare il cambiamento come parte del progetto esistenziale sembra essere più comune, nei racconti e nelle interviste, tra chi ha vissuto quegli anni di passaggio.
Un’altra voce autorevole
L’American Psychological Association sottolinea che la resilienza non è un tratto fisso ma una dinamica sviluppabile. Questa osservazione sposta il discorso dalla morale della fatica all’età evolutiva: non si tratta di elogi o bias contro i più giovani ma di capire meccanismi che si possono insegnare e replicare.
Tre elementi che in pratica fanno la differenza
Qui non elenco regole magiche. Descrivo tendenze che si ripetono nelle storie che ascolto: una robusta pratica emotiva, un senso pratico applicato alle emergenze e un atteggiamento verso il fallimento che non instaura colpe ma apprendimento. Sono insiemi di comportamenti che spesso coesistono e si rinforzano a vicenda. È inutile negare che tutto questo può diventare cinismo se non accompagnato da cura e rispetto umano. Ho visto quell’inclinazione troppe volte per ignorarla.
1. Routine che contiene
Le routine non sono noia. Sono parametri. Quando la giornata ha confini prevedibili, la mente può dedicarsi a valutazioni più profonde. Chi ha costruito nella vita adulta abitudini di cura famigliare e lavoro spesso usa queste cornici per ridurre la dispersione emotiva.
2. Problemi ridotti a compiti
Una tecnica empirica: spezzettare il grande problema in compiti risolvibili. Non è terapia cognitiva d’accatto. È una pratica concreta che molte persone nate negli anni 60 e 70 hanno adottato in assenza di modelli istituzionali presenti oggi. Non è detto che sia la migliore ma funziona spesso.
3. Tolleranza all’ambiguità
Quei decenni hanno insegnato che l’incertezza non è un’eccezione ma una condizione di base. Questo ha promosso una capacità—talvolta rude—to live with ambiguity. Non è romanticismo, è adattamento.
Perché ci importa anche se non siamo nati in quegli anni
La lezione più utile è che la resilienza è riproducibile. Se certe pratiche hanno funzionato per una generazione possono essere osservate e adattate. Non significa copiare abitudini senza senso. Significa scegliere, sperimentare, fallire e riprovare. Questo è forse l’aspetto che meno piace ai puristi della vulnerabilità: apprendere la tenuta emotiva non cancella la sofferenza ma ne cambia la trama.
Un avvertimento personale
Non sto idealizzando. Ho visto anche stanchezza cronica, senso di colpa per la mancata espressione emotiva e relazioni fragili in persone resilienti. Non tutti i modelli di adattamento sono salutari a lungo termine. Alcuni ribaltano i problemi su corpi e relazioni. Non è una scappatoia morale. È una responsabilità che dobbiamo leggere con attenzione.
Come la società ne guadagna o perde
Se una parte consistente della popolazione esercita competenze di ricomposizione rapida, la collettività può essere più robusta di fronte alle crisi. Ma c’è il rovescio: aspettative sociali che pretendono dagli individui una capacità di reggere qualsiasi cosa senza supporto. Qui il discorso politico diventa centrale: la resilienza individuale non deve servire a giustificare la carenza di sistemi di cura.
Conclusione parziale e aperta
Chi è nato negli anni 60 e 70 gestisce lo stress meglio non perché sia nato meglio ma perché ha accumulato pratiche e narrazioni che trasformano l’urto in abitudine adattiva. Se questo vi sembra una minaccia al valore della vulnerabilità, allora stiamo parlando due lingue diverse: la mia è pragmatica e imperfetta. Voglio che la capacità di resistere non sia un motivo per delegare alla singola persona la responsabilità del sociale. Alla fine, la vera prova sarà trasferire ciò che funziona in modelli condivisi senza rimuovere la compassione.
| Idea chiave | Perché conta |
|---|---|
| Resilienza come processo | È insegnabile e non un dono esclusivo. |
| Esporsi a crisi ripetute | Favorisce la costruzione di pratiche adattive. |
| Routine e compiti | Riduce la dispersione emotiva e facilita la gestione. |
| Pericolo della normalizzazione | Può essere usata per giustificare mancanze istituzionali. |
FAQ
Chi davvero dimostra meno stress tra Boomers e Gen X?
La letteratura mostra variazioni e non esiste una risposta netta. Alcuni studi indicano che i valori auto riferiti di resilienza sono più alti tra Boomers e Gen X rispetto ai più giovani. Tuttavia questi numeri raccontano solo una parte della storia perché misurare lo stress comporta molte variabili: condizioni economiche ruolo familiare salute e accesso a reti di supporto. Non si tratta quindi di una gara generazionale ma di pattern che emergono dall’interazione tra contesto individuale e storico.
Le tecniche che hanno funzionato per loro funzionano anche oggi?
Alcune sì altre no. Tecniche come frammentare i problemi o costruire routine funzionano ancora. Però l’ecosistema digitale e le nuove forme di precarietà richiedono adattamenti. Imparare da metodi già adottati non equivale a copiarli servono filtri contestuali e morali.
La resilienza può nascondere un costo mentale a lungo termine?
Sì. La capacità di reggere può diventare il velo che cela bisogno di aiuto. Persone molto resilienti possono ignorare segnali di esaurimento perché la loro impostazione culturale e personale non valorizza la richiesta di supporto. Per questo parlare di resilienza deve andare insieme alla disponibilità di strutture di supporto collettivo.
Come possiamo trasmettere queste competenze ad altri gruppi di età?
Non esiste un manuale universale ma esistono pratiche replicabili: educazione emotiva esperienze controllate di problem solving linguaggi che favoriscano spiegazioni non permanenti degli eventi e reti di supporto che permettano il fallimento senza stigma. In termini sociali la sfida è integrare queste pratiche in scuole luoghi di lavoro e comunità senza trasformarle in norme punitive.
La psicologia positiva è l’unica lente utile qui?
No. La psicologia positiva offre strumenti utili ma non esaurisce la complessità. Occorre mettere insieme neuroscienze studi sociali economia e narrazioni storiche per avere una prospettiva articolata. La resilienza non è un valore monolitico ma un nodo che attraversa discipline diverse.
Se siete arrivati fino a qui probabilmente avete la pazienza per mettere in pratica qualcosa. Non pretendevo di insegnare la vita. Solo di lasciare una traccia concreta: osservate identificate e adattate. La resilienza cresce così.