Perché chi è nato negli anni 60 e 70 non si spiega troppo Un viaggio tra sguardi distaccati orgoglio e nervosismi che i giovani non capiscono

Ci sono facce nelle piazze e nelle caffetterie italiane che sembrano avere lo stesso peso che avevano decenni fa. Non è solo nostalgia. È un modo di stare al mondo. Questo articolo prova a capire perché le persone nate negli anni 60 e 70 tendono a non spiegarsi troppo. Non pretendo di chiudere il discorso. Preferisco segnare percorsi, lasciare qualche domanda sul tavolo e raccontare quello che vedo ogni volta che parlo con amici e lettori di quelle generazioni.

Un atteggiamento che irrita o tranquillizza

I più giovani spesso interpretano il silenzio o la sobrietà emotiva come indifferenza. Ma per molti nati negli anni 60 e 70 quel tratto è una strategia pratica. Non spiegarsi troppo non è necessariamente arroganza. È una forma di economia comunicativa. Anni di crisi economiche, di lavori che si perdono o si cambiano spesso, di imprevisti politici hanno insegnato che la parola spesa per niente può diventare problema. Può sembrare cinico ma ha anche radici utilitarie. Non per questo è sempre giusto o bello.

La grammatica dell esperienza

Chi ha vissuto la transizione dagli anni di boom industriale ai decenni di precarietà porta dentro una grammatica diversa. Questa grammatica non dà spiegazioni per ogni atto. Non commenta ogni giorno. Credere che tutto debba essere condiviso su una storia o in un post è una novità storica. Per loro non è una mancanza tecnologica ma una forma di protezione. Spiegare troppo spesso equivaleva a esporsi per niente. E si impara a non farlo.

Non spiegarsi troppo come segnale sociale

Quando una generazione sceglie la riservatezza come linguaggio, quella riservatezza trasmette messaggi multipli. Da una parte c è la dignità privata: la decisione di non trasformare tutto in performance. Dall altra c è l autorità residua di chi ha costruito posizioni sociali con fatica. Ma attenzione: autorità non è sempre saggezza. A volte è semplice abitudine a non essere messi in discussione pubblicamente.

JEAN M TWENGE PROFESSOR OF PSYCHOLOGY SAN DIEGO STATE UNIVERSITY. I have researched generational differences for more than 20 years and when I look at the data we see both age and generation effects. People do tend to become more conservative as they get older but there is also a generational influence that shapes how cohorts view institutions and technology.

Non uso la citazione per chiudere la conversazione ma per aprirla: gli studiosi vedono coesistenza di età e di impatto storico. E quando parli con chi è nato negli anni 60 e 70 quella coesistenza è evidente.

Orgoglio mal compreso

L orgoglio che traspare quando non si spiegano troppo è spesso frainteso come arroganza. Molti non vogliono approvare ogni opinione altrui e non sentono il bisogno di raccontare la propria. Sono persone abituate a contare le proprie energie. Raccontare costa tempo e attenzione, due risorse che negli ultimi decenni sono state formidabilmente razionate.

La differenza tra scelta e rassegnazione

Qualcuno potrebbe dire che il silenzio è semplicemente rassegnazione. Forse in alcuni casi è vero. Ma confondere scelte strategiche con rinunce è un errore. Molti scelgono di non spiegare per concentrarsi su ciò che ritengono importante. Altri invece non spiegano perché hanno smesso di credere che la spiegazione cambi le cose. Entrambe le condizioni esistono e convivono dentro la stessa generazione.

Mi spiego meglio senza spiegare tutto

Ho incontrato persone che rispondono con un sorriso e un fatto: un ragazzo che ha cresciuto una famiglia senza molte parole ma con un bilancio economico sano. Oppure la donna che ha diretto aziende in momenti turbolenti e che non ha tempo da perdere in giustificazioni. Questi esempi mostrano un principio che non sempre piace ai giovani contemporanei ma che funziona per chi lo pratica: concretezza prima della narrazione.

Conflitto tra culture della comunicazione

I nati negli anni 60 e 70 si trovano spesso in collisione con culture comunicative diverse. I social media hanno imposto la trasparenza continua. Se la tua generazione è invece cresciuta con lettere scritte a mano e giornate che non venivano documentate minuto per minuto allora la pressione ad apparire sempre non solo è estranea ma anche faticosa. Il risultato è che spesso preferiscono ritirarsi. Non è disinteresse verso il mondo, è fastidio per la forma dominante di partecipazione pubblica.

Un esempio pratico

Durante una cena in Emilia una signora nata nel 1972 mi ha detto senza alzare la voce che non avrebbe mai pubblicato certi dettagli della sua vita perché non voleva che la sua famiglia diventasse argomento quotidiano. Era una frase semplice ma densa: non tutto deve essere monetizzato attenzione o validato attraverso like per avere valore. Quel ragionamento non appartiene alle narrative della viralità, eppure è una posizione politica se la guardi da vicino.

Perché questo atteggiamento sorprende i più giovani

I giovani reagiscono con sorpresa perché la loro normalità è comunicazione istantanea e performativa. Per loro il racconto è strumento di costruzione del sé. Per le generazioni nate negli anni 60 e 70 il racconto è spesso un lusso, qualcosa che si concede solo quando serve. Quanto più il mondo spinge verso l esposizione immediata, tanto più il distacco sembra incomprensibile.

La mia opinione schietta

Non credo che il rifiuto del sovra spiegare sia sempre virtuoso. A volte nasconde paure non affrontate o l incapacità di dialogare. Ma è anche vero che la nostra epoca ha esagerato la cultura dell esposizione. Serve equilibrio. E lo dico non per moralismo ma perché ho amici che hanno perso relazioni per il semplice fatto di non voler trasformare ogni gesto in contenuto. Quella perdita mi sembra un costo da non sottovalutare.

Conclusioni provvisorie

Non puoi spiegare tutto di te e non devi pretendere spiegazioni da chi ha un bagaglio diverso. Se vuoi capire chi è nato negli anni 60 e 70 prova a guardare meno ai social e più alle storie lavorative alle cicatrici e alle responsabilità che spesso non si vedono. E lasciare spazio al mistero non è necessariamente chiudere la porta. È semplicemente riconoscere che ci sono modi diversi di essere nel mondo.

Idea centrale Perché conta
Riservatezza come strategia Riduce esposizione e protegge risorse emotive
Esperienze formative diverse Crisi economiche e transizioni storiche cambiano il rapporto con la parola
Conflitto comunicativo con i giovani I social ridefiniscono cosa va raccontato e cosa no
Non spiegare non equivale a non partecipare Molte azioni concrete nascondono motivazioni non espresse

FAQ

Perché alcuni nati negli anni 60 e 70 sono così riservati?

Ci sono motivi pratici ed emotivi. In principio molti hanno imparato che esporre troppo le proprie fragilità portava a risultati negativi. Negli anni successivi la precarietà ha spinto alla prudenza. A questo si sommano scelte personali e culturali. Molti preferiscono azioni concrete a parole molto elaborate. La riservatezza può essere anche una forma di valore che protegge relazioni e privacy.

È solo una questione generazionale o c entra l educazione?

È tutto insieme. L educazione familiare e il contesto storico si intrecciano con l appartenenza generazionale. Due persone nate nello stesso anno possono essere molto diverse per via dell istruzione dei genitori della regione in cui sono cresciute e delle esperienze lavorative. Le generazioni danno pattern ma non sono profezie ineluttabili.

Come possono i più giovani avvicinarsi senza fraintendere?

Chiedere con calma ascoltare senza aspettarsi confessioni istantanee e mostrare interesse pratico più che curiosità spettacolare. Spesso la fiducia si costruisce con piccoli gesti continui. Se un comportamento sembra freddo prova a leggere le azioni più che le parole. La pazienza paga più dei commenti impulsivi e delle accuse di chiusura.

Questo atteggiamento è cambiato negli ultimi anni?

Sì e no. Alcuni elementi di riservatezza rimangono stabili ma la tecnologia e le pressioni sociali esercitano una spinta verso la visibilità. Alcuni nati negli anni 60 e 70 si sono adattati pubblicando e condividendo di più, altri hanno rinforzato la loro ritrosia. L esito dipende spesso da contesti personali e professionali.

Cosa rischia una società se si perde il rispetto per la riservatezza?

Perdere il rispetto per la riservatezza significa ridurre lo spazio per l errore e la maturazione personale. Quando tutto è visibile la sperimentazione privata diventa più difficile. Questo limite può portare a performatività e a relazioni più fragili. D altro canto la trasparenza può smuovere ingiustizie. Non è un bivio semplice ma un equilibrio che va coltivato.

Se hai voglia di raccontare una storia personale o di commentare lascia un messaggio. Le generazioni si parlano meglio quando accettano di non avere tutte le risposte.

Autore

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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