Crescere negli anni 60 e 70 non era un curriculum formale di resistenza ma un esercizio quotidiano di pratiche minime e ripetute che hanno forgiato un tipo di durezza psicologica poco raccontata. Non voglio farne un elogio nostalgico né dipingerli come eroi invulnerabili. Ma ho parlato con amici, parenti e con qualche vecchio compagno di banco, e quello che emerge non somiglia allidea stereotipata del boom generazionale apatica oppure alla caricatura del ribelle senza causa. È più sottile. È una capacità di continuare quando la logica istintiva vorrebbe mollare.
Non è soltanto forza di volontà
Molti articoli parlano di pazienza o di autodisciplina come se fossero qualità innestate geneticamente in chi è nato in quegli anni. Sono daccordo con parte di questa lettura ma aggiungo qualcosa di diverso: per loro la resistenza è stata una scommessa sociale quotidiana. Il lavoro estivo, il taglio delle spese familiari, il riparare gli oggetti rotti e il condividere un telefono di casa hanno costruito una pratica del “riaggiustare”. Questa pratica ha insegnato non a sopportare il dolore come uno stendardo ma a trattare la frustrazione come un problema tecnico da risolvere, e questo cambia tutto.
Non dico che tutti abbiano questa attitudine. Dico che la cultura materiale e le norme sociali di quegli anni hanno offerto continui esercizi di resilienza che oggi non esistono più in forma massiva. Lontananza dalla gratificazione immediata, buchi di noia senza schermi che li riempissero e un rapporto con la scarsità che non era estetico ma necessario hanno affinato certi muscoli mentali. Questa osservazione è stata notata anche da psicologi contemporanei che analizzano tratti comuni tra quelle coorti. ([en.as.com](https://en.as.com/latest_news/if-you-grew-up-during-the-1960s-and-1970s-psychologists-say-you-have-these-common-traits-that-are-disappearing-f202512-n/?outputType=amp&utm_source=openai))
La ripetizione che non è eroismo
La ripetizione di piccoli doveri produce tolleranza allinconveniente. È una forma di allenamento che non si racconta bene nei libri di autoaiuto perché non è spettacolare. Non cè un singolo momento di gloria. È piuttosto un accumulo impercettibile: hai fatto centinaia di chiamate da un telefono fisso, hai aspettato file, hai fatto lavori fisici che oggi prenderebbero dieci minuti con unapp. Alla lunga, la soglia della frustrazione si alza e la reattività emotiva si attenua.
Questo non significa che manchi il dolore o la fatica. Significa che la valutazione del costo di mollare è sempre diversa: mollare non è sempre sollevamento ma spesso è la perdita di una strategia già testata. È un cambiamento di prospettiva.
Le prove della psicologia moderna
La letteratura su grit e resilienza ci aiuta a sostenere qualche punto senza renderlo dogma. Angela Duckworth definisce il concetto di grit come la combinazione di passione e perseveranza per obiettivi di lungo periodo. Ho scelto una sua frase che sintetizza un fatto che vedo spesso: la persistenza non è cieca ostinazione ma una disposizione a fare il lavoro quotidiano necessario anche quando è noioso. Questo non è un endorsement per il sacrificio incondizionato. È una chiave interpretativa per capire perché molte persone nate tra gli anni 60 e 70 tendono a non mollare al primo ostacolo. ([wbur.org](https://www.wbur.org/onpoint/2017/12/28/power-of-perseverance-duckworth?utm_source=openai))
Angela Duckworth. Professor of Psychology University of Pennsylvania. “Grit is passion and perseverance for very long term goals”. Source On Point WBUR.
Non solo carenza di alternative
Una lettura superficiale suggerirebbe che la resistenza nasca dalla mancanza di opzioni: se non cè la consegna in giornata allora ti arrangi. È vero in parte ma manca un pezzo. Per molti di loro una vita con meno opzioni ha creato unabitazione emotiva che li spinge a esplorare soluzioni locali prima di abbandonare. Cè un legame con la rete di vicinato, con la fiducia nei piccoli favori, con labitudine a chiedere e offrire aiuto senza farne un grande evento. Questo circuito sociale funziona come un cuscinetto psicologico: le difficoltà si affrontano con persone e strumenti noti, non con panico digitale.
Osservazioni simili emergono anche in analisi sociologiche che discutono della trasformazione delle competenze sociali nelle diverse coorti generazionali. Le differenze non sono morale ma inculturazione. ([cottonwoodpsychology.com](https://cottonwoodpsychology.com/blog/12-life-experiences-from-the-60s-and-70s-that-made-boomers-so-tough/?utm_source=openai))
Quando la resistenza diventa problema
Non ho intenzione di celebrare la perseveranza acriticamente. Cè una linea sottile tra restare e rimanere bloccati. Troppa tenacia può mantenere le persone in relazioni o lavori dannosi. La psicologia ci ricorda che la capacità di abbandonare scelte non più sostenibili è parte della saggezza pratica. La lezione dunque non è copiare pedissequamente il passato ma recuperare alcuni elementi virtuosi: tolleranza alla frustrazione, misura emotiva, senso del fare quotidiano insieme alla capacità di giudicare quando cambiare rotta.
La mia esperienza personale
Ho visto questa dinamica nella mia famiglia. Mia madre riparava, ricuciva, riciclava. Non lo faceva per un ideale ma per pragmatismo. Quando lincidente economico è arrivato anni dopo non è crollata. Ha fatto quello che i suoi antenati avevano praticato: ha riorganizzato, ha chiesto aiuto, ha trasformato una perdita in un insieme di scelte gestibili. Non era eroismo romantico. Era metodo, ripetizione, attitudine a considerare la difficoltà come un fatto riparabile.
Qualcosa che possiamo imparare oggi
Se guardiamo a queste storie senza mitizzarle, troviamo spunti utili per chi vive in unepoca di abbondanza tecnologica ma di fragilità emotiva. Non dico di tornare alle casette senza internet. Dico di reintrodurre pratiche: lasciare zone senza schermi, fare piccoli lavori manuali, recuperare il contatto di un vicino, imparare a chiedere una mano senza farne un dramma. Sono esercizi che non annullano la complessità del nostro tempo ma che possono aumentare la nostra capacità di proseguire quando serve.
In breve la risposta al perché le persone cresciute negli anni 60 e 70 non mollano davanti alla prima resistenza è multipla: una cultura materiale di pratiche ripetute una rete sociale che normalizzava la mutua assistenza e una narrativa personale che non trasformava la frustrazione in catastrofe. Nulla di magico. Ma basta questo insieme per fare la differenza quando la vita richiede continuità.
Tabella riassuntiva
| Fattore | Descrizione |
|---|---|
| Pratiche quotidiane | Riparare e riutilizzare come allenamento alla soluzione dei problemi. |
| Tolleranza alla frustrazione | Attitudine a sopportare attese e inconvenienti senza escalation emotiva. |
| Rete sociale | Vicini e parenti come risorsa pratica e psicologica. |
| Disciplina della ripetizione | Abitudini di lavoro e responsabilità che costruiscono resilienza operativa. |
| Capacità di abbandono | Elemento critico per evitare che la perseveranza diventi autoinganno. |
FAQ
1. Questa resistenza è innata o culturale?
È largamente culturale. Le condizioni materiali e sociali degli anni 60 e 70 hanno orchestrato una serie di pratiche che hanno plasmato abitudini mentali. Non è genetica. Le pratiche possono essere imitate e alcune sono facilmente recuperabili nella vita moderna.
2. Possono le nuove generazioni sviluppare la stessa resilienza?
Sì. Non si tratta di tornare indietro ma di scegliere attività che esercitino la tolleranza alla frustrazione e la pazienza. Il volontariato locale il lavoro manuale e la partecipazione a comunità reali sono strumenti concreti. La differenza è che oggi serve intenzione consapevole perché lambiente non lo impone più naturalmente.
3. Non rischiamo di romanticizzare la fatica del passato?
Assolutamente sì. Esiste un pericolo reale nel confondere scarsità obbligata con valore romantico. La mia proposta non è la nostalgia ma una lettura critica: identificare cosa funzionava e adattarlo senza riprodurre ingiustizie o privazioni inutili.
4. Quando la perseveranza diventa dannosa?
Quando impedisce il riconoscimento di segnali chiari che una situazione è nociva. Resilienza sana include la capacità di valutare costi benefici e di cambiare strategia. La persistenza senza riflessione può essere un modo velato di rimanere ancorati a idee obsolete o a ruoli che consumano.
5. Qual è il primo esercizio pratico per chi vuole migliorare la propria tolleranza?
Provare una settimana con un piccolo vincolo analogo allera pre digitale. Riduci temporaneamente la disponibilità di intrattenimento immediato e compra il tempo per fare qualcosa di manuale che richieda ripetizione. Non è una cura miracolosa ma è una palestra mentale che produce risultati reali se praticata con costanza.
Fonti e approfondimenti citati: analisi giornalistiche e studi su tratti generazionali e resilienza. Per un approfondimento su grit e perseveranza vedere Angela Duckworth e le sue interviste e saggi recenti. ([en.as.com](https://en.as.com/latest_news/if-you-grew-up-during-the-1960s-and-1970s-psychologists-say-you-have-these-common-traits-that-are-disappearing-f202512-n/?outputType=amp&utm_source=openai))