Negli ultimi anni sono stato spesso curioso di una cosa semplice e fastidiosa allo stesso tempo. Perché mia zia e molti amici nati negli anni 60 e 70 sembrano reggere attese, silenzi e giornate vuote in modo diverso rispetto ai giovani di oggi. Non è solo nostalgia o una romantica rivalutazione del passato. Cè qualcosa di concreto nella vita lenta che ha allenato certe abilità psicologiche. Questo pezzo prova a scavarci dentro. Non è un trattato scientifico ma nemmeno una celebrazione retorica.
Una generazione abituata a spazi senza sollecitazioni
Quando parlo con persone nate tra gli anni 60 e 70 quello che emerge spesso non è solo esperienza ma un modo di abitare il tempo. Si aspetta il treno in silenzio. Si legge la guida del televisore per decidere cosa vedere. Si crea un progetto in casa senza cercare immediatamente un tutorial su internet. Questi gesti ricorrenti non sono privi di conseguenze. Si costruiscono piccole abitudini che, sommate, aumentano la tolleranza alla noia.
Resistenza alla stimolazione immediata
Il nostro cervello è plastico e impara a chiedere quello che trova spesso. Generazioni cresciute con meno stimoli esterni hanno sviluppato una soglia diversa. Non dico che siano immuni allansia o che la noia sia stata sempre produttiva. Dico che hanno imparato strategie primitive e robuste per affrontarla. Spesso sono strategie semplici. Camminare senza meta. Mettere mano a un oggetto e provare cose. Telefonare a un amico e aspettare la risposta. Non è banale.
La noia come palestra di creatività e autonomia
Chi ha vissuto uninfanzia o unadolescenza senza uno stream costante di contenuti ha esercitato due muscoli importanti. Il primo è lutente interno di iniziativa. Il secondo è la capacità di tollerare lattenzione vaga senza fuggire subito verso la gratificazione rapida. Sono due ricchezze di cui spesso vedo la mancanza nelle generazioni iperstimolate.
Dr Sandi Mann Senior Lecturer in Occupational Psychology University of Central Lancashire I have shown in my research when we get a chance to be bored we can be more creative.
La citazione qui sopra non è unassoluzione per la noia fine a se stessa. È un punto di partenza. La creatività non scatta automaticamente. Serve unhabitus che trasformi il vuoto in ricerca. In molti casi questo habitus deriva dalla ripetizione di piccoli atti quotidiani che oggi sono scomparsi o sono stati sostituiti da interfacce digitali che promettono sollievo immediato.
Non tutte le noie sono uguali
Qualcuno potrebbe obiettare che la noia di un adolescente solo in casa non è paragonabile alla noia di una persona che ha costruito la propria vita attorno ad attività senza smartphone. Giusto. Ci sono tipi diversi di noia. Cè la noia che attiva e quella che spegne. Le persone cresciute negli anni 60 e 70 hanno avuto spesso più occasioni per incontrare la prima e meno la seconda. Ma anche qui non è una regola universale.
Valori sociali e reti di sostegno
Un elemento spesso trascurato è la dimensione collettiva. Le reti sociali erano diverse. Si tendeva a conoscere vicini e parenti in modo più stabile. Questo non significa che fosse tutto perfetto. Significa però che la noia aveva spesso un orizzonte relazionale. Se ti annoiavi potevi bussare, chiedere un consiglio o essere trascinato in un progetto domestico. Oggi la noia è spesso individualizzata e mediata da schermi che simulano compagnia senza vera partecipazione.
La disciplina del tempo
Chi è cresciuto in quelle decadi ha sperimentato ritmi imposti da fattori materiali. Un programma radio da ascoltare a unora precisa. La posta che arrivava una volta al giorno. Un elettrodomestico che non era smart e non ti metteva in attesa. Questi piccoli vincoli hanno forgiato abitudini di gestione del tempo che funzionano come ancore. Non è solo efficienza. È una forma di disciplina emotiva che protegge dalla frenesia dellistante.
Cosa ci insegna davvero questo divario
Non penso che dobbiamo tornare indietro. Non ho nostalgia per tempi che erano insieme più semplici e più duri. Propongo invece di riconoscere alcune lezioni pratiche. Prima, che la capacità di stare con la noia è un abilità che si allena. Secondo, che non tutto quel che produce sollievo immediato è utile a lungo termine. Terzo, che la noia può diventare catalizzatore se è inserita in una cultura che valorizza lautonomia creativa.
Personalmente ho provato a sperimentare pause senza dispositivo per un pomeriggio e ho sentito la differenza. Non una rivelazione mistica ma uno spostamento di sensibilità. È una cosa che si può coltivare senza processi drastici. Ridurre il rumore digitale per trenta minuti al giorno può fare la differenza. È un suggerimento pratico e non dogmatico.
Qualche avvertimento
Non idealizzo. Cè chi ha vissuto quegli anni con povertà, esclusione e noie che hanno danneggiato anziché addestrare. La resilienza non è un patrimonio genetico. È un insieme di esperienze e opportunità. E quindi quando parlo di ciò che le generazioni degli anni 60 e 70 possono insegnarci non sto proponendo un modello unico. Sto indicando abitudini che valgono la pena di essere osservate e, se utili, imitate.
Una sfida concreta per oggi
La vera domanda che mi pongo allora è questa. Come trasferire quel tipo di allenamento alla noia in una generazione che vive con meno interstizi di tempo libero autentico? Non esiste una ricetta unica. Ma una parte della risposta sta nellintroduzione sistematica di piccole frizioni quotidiane che obblighino il cervello a esercitare il ritardo della gratificazione. Una frizione non è una punizione. È una palestra discreta.
Una proposta personale e non definitiva
Invece di abolire il tempo libero digitale si potrebbe iniziare a progettare spazi che non offrono contenuti automaticamente. Luoghi dove la stimolazione non è data per scontata. Spazi domestici in cui il silenzio non è un vuoto da riempire ma una risorsa da usare. Non è utopia. È pratica. E come ogni pratica richiede costanza e tolleranza della frustrazione.
| Idea | Perché conta |
|---|---|
| Abituarsi a pause senza schermo | Allena la capacità di tollerare lattenzione vaga e stimola la creatività. |
| Ripristinare piccole frizioni | Riduce la ricerca di gratificazioni immediate senza eliminare il piacere |
| Rituali relazionali semplici | Trasformano la noia in occasione di connessione |
| Allenamento graduale | La tolleranza alla noia cresce per accumulo di piccoli sforzi |
FAQ
Perché chi è cresciuto negli anni 60 e 70 sopporta la noia meglio?
Perché ha incontrato più spesso situazioni non mediate da tecnologie che garantivano sollievo immediato. Questo ha favorito lo sviluppo di pratiche e abitudini che aumentano la tolleranza alla noia come leggere, inventare giochi, o risolvere problemi con risorse limitate. Queste pratiche non sono innate ma acquisite attraverso ripetizione.
La noia è sempre utile per la creatività?
No. La noia può portare a comportamenti dannosi se non è accompagnata da condizioni sociali e personali che la rendano transitiva verso qualcosa di produttivo. La noia diventa utile quando esiste uno spazio di supporto e un livello minimo di sicurezza materiale. Altrimenti rischia di degenerare in apatia.
Come si trasmettono queste abilità alle nuove generazioni?
Non si trasmettono per decreto. Si propongono pratiche ripetute. Piccoli cambiamenti quotidiani possono creare nuove abitudini. Non servono restrizioni estreme. Serve progettare momenti di frizione e occasioni dove lattesa non sia emotivamente insopportabile.
È possibile conciliare tecnologia e tolleranza alla noia?
Sì. La tecnologia non è il nemico. Il problema è luso continuo e automatico. Strumenti come impostare limiti di tempo o scegliere consapevolmente quando disattivare notifiche possono aiutare. La scelta consapevole del contenuto e del momento è più importante della rinuncia totale.
Qual è il primo passo pratico per provare questo approccio oggi?
Scegliere un intervallo breve e realistico. Trenta minuti al giorno senza schermo e senza impegni programmati. Usare quel tempo per una passeggiata lenta o per armeggiare con un oggetto e vedere cosa succede. Se non accade nulla non è un fallimento. È informazione su cosa funziona per te.
La noia non è un nemico da cacciare ma un territorio da esplorare. Le generazioni nate negli anni 60 e 70 non possiedono una formula magica. Hanno però sperimentato un modo di vivere il tempo che oggi vale la pena ascoltare e adattare con senso critico.