Ho visto adulti che cercano continuamente conferme in piccoli gesti degli altri e ho visto la stessa dinamica in adolescenti che non sanno dire cosa provano. Il fatto è semplice e brutale: alcuni imparano molto presto a doubt their own feelings e la cosa non riguarda solo sensibilità o carattere. È un meccanismo sociale e biologico insieme, una scorciatoia che la mente prende quando l’ambiente è incoerente o pericoloso.
Un apprendimento che non lascia certificati ma lascia tracce
Quando un bambino urla e riceve uno sguardo che dice tu sei esagerato o quando una bambina piange e le viene detto non fare così si forma qualcosa di subdolo. Non è soltanto la frase che ferisce. È il messaggio ripetuto che la mappa interna delle emozioni non è attendibile. Col tempo quell’orientamento diventa un’abitudine cognitiva: prima di fidarsi di ciò che sente si cerca l’approvazione esterna. Questo non si cura con slogan motivazionali; è un’abitudine che gestisce sicurezza e rischio.
Perché succede così presto
Nei primi anni di vita l’essere umano costruisce una relazione tra sensazione interna e risposta esterna. Se quella corrispondenza è instabile o punitiva, il sistema nervoso apprende a essere prudentissimo. È una forma di adattamento che ha senso nell’immediato: evita conflitti, attenua il dolore, aiuta a restare nel gruppo. Ma a costo di perdere l’asse interno di giudizio.
Non è solo colpa dei genitori
Mi infastidisce quando sento che la responsabilità ricade solo sulle spalle dei caregiver. Sì, l’ambiente familiare è centrale ma non esclusivo. Scuola, cultura di comunità, media e dinamiche economiche spingono verso la stessa strada. In contesti in cui l’emozione è vista come debolezza o come disturbo da correggere, il messaggio è amplificato. E allora il bambino impara che le sue sensazioni sono rischiose o inutili.
Un esempio che non si usa abbastanza
Immaginate una maestra che interrompe una bambina che parla di paura dandole della fifona. Davanti a questa dissoluzione emotiva la bambina può reagire in due modi: internalizzare il discredito e zittirsi oppure esagerare per ottenere attenzione. Entrambi i percorsi sono forme di apprendimento sociale e di gestione del rischio.
Corpi che dimenticano le proprie mappe
Non è retorica parlare di corpo e memoria. Il trauma e la carenza di sincronizzazione affilano la capacità di ignorare segnali corporei. Lo ha ben spiegato Bessel van der Kolk che mostra come il sistema nervoso possa diventare esperto nel non ascoltarsi.
“Their bodies are constantly bombarded by visceral warning signs, and, in an attempt to control these processes, they often become expert at ignoring their gut feelings and in numbing awareness of what is played out inside.” Bessel van der Kolk MD Professor of Psychiatry Boston University School of Medicine.
Questa frase non è poesia ma descrizione clinica. Chi si abitua a non sentire il proprio corpo perde inoltre la capacità di orientarsi nelle relazioni interpersonali: se non senti la paura non capisci quando sei in pericolo; se non senti il disgusto non capisci quando qualcuno oltrepassa i tuoi limiti.
Strategie che non funzionano come sembra
La superficie della questione spinge molte soluzioni semplificate: valida i sentimenti, prendi un corso, pratica l’autostima. Queste cose possono aiutare, ma spesso sono palliativi quando la struttura sottostante è instabile. La validazione occasionale non ricostruisce una storia emotiva coerente. Serve invece intervenire sulla ripetizione: ripetere esperienze in cui l’emozione viene riconosciuta e trattata come informazione utile non come errore o colpa.
Perché alcune terapie funzionano
Le pratiche terapeutiche efficaci non dicono solo senti questo e va tutto bene. Lavorano sulla regolazione: aiutano a identificare un segnale, a sperimentarlo senza essere sommersi e a collegarlo a una risposta scelta. È un lavoro di esercizio sistematico, non un’intuizione improvvisa. Eppure spesso la narrazione pop preferisce miracoli. Io non sono fan dei miracoli emotivi.
Cosa significa per le relazioni
Una persona che dubita delle proprie sensazioni tende a delegare la bussola emozionale all’altro. In coppia questo diventa tossico: il partner si trasforma in arbitro e spesso lo fa involontariamente. La dinamica genera un circolo vizioso di dipendenza emotiva. Chi ha imparato presto a dubitare dei propri sentimenti fatica a imporsi nei conflitti e spesso rinuncia a desideri autentici pur di evitare il giudizio.
Il lavoro sociale che non stiamo facendo
Le scuole non dovrebbero solo insegnare matematica. Dovrebbero insegnare a nominare stati interni senza timore di stigma. Questo non significa medicalizzare ogni disagio ma offrire strumenti di alfabetizzazione emotiva. Senza questo la società perde cittadini capaci di giudizio morale e empatia autentica.
Segni che qualcosa si è già mosso
Non tutto è perduto. Si vedono segnali positivi: gruppi di genitori che praticano l’ascolto riflessivo, insegnanti che imparano la regolazione emotiva, movimenti culturali che rivalutano la fragilità come risorsa. Ma la velocità del cambiamento è lenta. Allora serve una responsabilità individuale e collettiva: non abbassare la guardia quando qualcuno espone un sentimento, non banalizzare, non correre a correggere.
Riflessione personale
Mi è capitato di correggere me stesso in pubblico, di dire ho esagerato quando dentro sentivo qualcosa di forte. È umano. Quel gesto però ha una funzione sociale: insegna agli altri che reprimersi è buona norma. Dopo anni ho imparato a dire invece non ho esagerato sto avvertendo questo. Non è stato impeccabile e non è ancora una pratica naturale. Ma è un atto politico delle emozioni.
Conclusione aperta
La questione rimane aperta perché la fiducia emotiva non si riaccende come una lampadina. Si ricostruisce mattone dopo mattone. E richiede ostinazione sociale e personale. Mi rifiuto di suggerire soluzioni semplicistiche. Però propongo un piccolo principio operativo: quando ricevi una confessione emotiva rispondi prima con presenza e poi con giudizio. È un principio che, ripetuto mille volte, può cambiare la storia interna di una persona.
Tabella riassuntiva
| Idea chiave | Cosa significa |
|---|---|
| Apprendimento precoce | Le reazioni di caregiver e ambiente formano l’affidabilità percepita delle emozioni. |
| Adattamento utile ma costoso | Dubitare dei propri sentimenti protegge nel breve termine ma impoverisce l’autonomia emotiva. |
| Corpo e memoria | Il sistema nervoso può diventare esperto nel non ascoltarsi e questo altera decisioni e relazioni. |
| Interventi efficaci | Richiedono ripetizione e pratica della validazione non occasionale e strumenti di regolazione. |
| Ruolo sociale | Scuole e comunità devono promuovere alfabetizzazione emotiva insieme alle competenze cognitive. |
FAQ
1. Perché qualcuno smette di fidarsi dei propri sentimenti da bambino?
Accade quando l’ambiente risponde in modo incoerente punitivo o minimizzante alle esperienze emotive. Il bambino impara che esprimere sensazioni è rischioso o inutile. Questo apprendimento è rapido perché il cervello giovane privilegia schemi che massimizzano la sicurezza percepita. Non è una condanna a vita ma diventa un’abitudine radicata che richiede consapevolezza per essere modificata.
2. Come si distingue la discrepanza tra sentirsi e reagire e un problema più serio?
La discrepanza diventa problematica quando interferisce con decisioni quotidiane o con le relazioni. Se una persona delega sistematicamente il giudizio emotivo agli altri o non riesce a prendere posizione per motivi prevalentemente emozionali questo segnala che la fiducia interna è compromessa. Non è utile la panico reattiva. Serve osservazione e pratica. Piccoli esperimenti emotivi possono essere una misura informale per valutare il grado di disconnessione.
3. Quali pratiche quotidiane aiutano a ricostruire fiducia nelle proprie sensazioni?
Si tratta di pratiche semplici e ripetute. Nominarle ad alta voce quando appaiono. Fare pause brevi per riconoscere dove si avverte sensazione nel corpo. Condividere l’osservazione con una persona che rispettiamo per ricevere feedback non giudicante. Non si tratta di rimanere bloccati nelle sensazioni ma di imparare che esse sono informazioni utili per agire.
4. Le scuole possono fare qualcosa di concreto?
Sì. Introdurre curricoli che insegnano la regolazione emotiva e il riconoscimento dello stato interno. Non è terapia. È alfabetizzazione. Insegnanti formati a rispondere senza sminuire aumentano la probabilità che un bambino mantenga fiducia in ciò che sente. Quando la comunità convalida l’esperienza emotiva il bambino costruisce una mappa interna più affidabile.
5. Esiste un rischio di ipervalidazione?
Esiste, ma è diverso dal rischio di invalidazione. L’ipervalidazione che procura dipendenza emotiva è rara rispetto al danno diffuso dell’invalidazione. La soluzione non è una celebrazione incondizionata di ogni stato ma il riconoscimento che le emozioni sono dati da interpretare. La pratica sana è accogliere e poi guidare verso una risposta utile.