Perché le persone che faticano con l’equilibrio emotivo portano storie interiori non risolte e come riconoscerle

Ci sono persone che, apparentemente serene, in realtà camminano sul filo di una narrazione interna che non si è mai chiusa. Persone che faticano con l’equilibrio emotivo non sono semplicemente “instabili” o “iper-sensibili”. Portano con sé trame non risolte che orientano ogni loro scelta, ogni relazione, spesso senza che ne siano consapevoli. In questo pezzo provo a raccontare cosa significa davvero conviverci, come si manifesta nella vita quotidiana e perché molte spiegazioni comuni non bastano a darle un senso.

Non è un disturbo estetico della personalità

Quando provo a descriverlo ai lettori, penso a una stanza illuminata da una lampada che non si spegne mai. Alcuni dettagli sono in vista, altri restano in ombra. Le persone che faticano con l’equilibrio emotivo mostrano segnali diversi: reazioni sproporzionate a qualcosa che per gli altri è banale, attacchi di rabbia che sembrano sorgere dal nulla, o al contrario un ritiro che somiglia a una corazza. Questi fenomeni non sono fini a se stessi. Hanno una radice narrativa. Il modo in cui qualcuno racconta a sé stesso il proprio passato mantiene viva una ferita o la trasforma, e quella scelta narrativa guida il presente.

La storia che non si chiude

Una narrativa interna non risolta è spesso fatta di ripetizioni. L’evento non è originale quanto la sua rielaborazione. Si ripete il tema: abbandono, tradimento, umiliazione, incapacità. La persona lo rilegge, lo rimuove, lo aggiusta e lo racconta come prova di qualcosa di più vasto. Questo processo può servire alla sopravvivenza emotiva, ma produce anche rigidità. La rigidità mantiene l’equilibrio emotivo precario: sembra funzionare per difesa ma impedisce la flessibilità necessaria per reagire in modo equilibrato alle vite diverse e nuove che la persona incontra.

Non tutte le storie sono uguali

Uno degli errori più comuni è pensare che si tratti sempre di traumi eclatanti. Spesso le narrazioni più corrosive sono banali: microumiliazioni ripetute, aspettative parentali non dette, piccoli rifiuti che vengono ingigantiti a livello simbolico. Ho incontrato persone che si svegliavano ogni mattina convinte di dover dimostrare qualcosa di indefinito perché la loro infanzia era stata scandita da una frase ripetuta spesso e male interpretata. Il problema non è la frase, è il fatto che quella frase è diventata il plot centrale della loro identità.

“Narrative identity is the internalized and evolving story of the self that integrates past reconstructed memories and imagined futures.” Dan P. McAdams Professor of Psychology Northwestern University.

La voce di McAdams riecheggia nelle stanze dove lavoro. Non per pedanteria accademica ma perché riassume qualcosa che vedo ogni giorno: non è tanto l’accaduto che ferma, quanto il modo in cui quell’accaduto viene tenuto in vita dentro la testa.

Quando l’equilibrio emotivo è un riflesso della trama

La mancanza di equilibrio non è solo un insieme di sintomi. È un segnale che la storia interna non dialoga con i fatti presenti. Per esempio una persona la cui narrazione principale è “non sono mai abbastanza” tenderà a leggere ogni conversazione come una conferma. Qui non si tratta di cognizione distorta nel senso sterile: è piuttosto una lente narrativa che rende visibile solo una parte della realtà.

Perché le spiegazioni semplici tradiscono la complessità

Molti articoli popolari promettono soluzioni rapide: tecniche di respirazione, liste di consigli, mantra motivazionali. Non nego che certe pratiche possano aiutare in parte. Però quell’approccio spesso dimentica la natura storica e simbolica della sofferenza emotiva. Riparare l’equilibrio non è solo intervenire sul sintomo, è riaprire la stanza narrativa e consentire che nuovi capitoli vengano scritti. Questo è scomodo perché richiede tempo, dialogo e, spesso, conflitto con versioni consolidate di sé.

Non serve essere privi di emozione per essere sani

Una posizione personale sul tema: non voglio insegnare freddezza come soluzione. Credo che l’emozione sia il materiale grezzo dell’esperienza umana. Il problema è quando l’emozione è legata a un copione che impedisce di vedere alternative reali. Chi finge indifferenza spesso è il più sbilanciato. L’equilibrio non è assenza di intensità, ma consistenza nel rapporto tra ciò che si sente e ciò che accade.

Cosa succede nelle relazioni

Se la tua narrazione interna è irrisolta succede che la relazione diventa uno specchio incostante. Un gesto d’affetto può essere letto come condanna, e viceversa. Questo crea un paradosso: più l’altro prova a stabilizzare, più il sistema narrativo interno resiste. Le relazioni sane non sono l’antidoto automatico per chi fatica con l’equilibrio emotivo; spesso sono invece il luogo dove la storia si replica e viene confermata.

Osservare senza cancellare

Un approccio pratico e poco narrato: imparare a osservare come la storia interpreta un evento prima di cambiarne la narrativa. Non è una tecnica da rivista, è un’abitudine. Significa riconoscere la reazione emotiva e chiedersi da quale capitolo viene quella lettura. A volte basta una domanda gentile per incrinare il copione. Altre volte serve più di una domanda, serve una conversazione che duri mesi. Non c’è vergogna nel lento.

Un avvertimento finale

Non credo nelle spiegazioni totalizzanti. La vita emotiva è ricca di contraddizioni e spesso lo resterà. Preferisco una posizione chiara e un po provocatoria: se non vuoi che la tua narrativa interna decida per te, devi diventare un lettore critico della tua storia. Non per eliminarla ma per rimaneggiarla con rispetto e con la consapevolezza che alcune ferite non si chiudono del tutto ma possono smettere di sanguinare secondo ritmi meno devastanti.

Tabella riassuntiva delle idee principali

Idea Descrizione
La narrazione interna Storie personali che organizzano ricordi e aspettative e influenzano l’equilibrio emotivo.
Manifestazioni Reazioni emotive intense o ritiro che sembrano sproporzionati rispetto all’evento.
Origini Non sempre traumi grandi; spesso microeventi ripetuti o interpretazioni ripetute.
Cosa aiuta Dialogo narrativo prolungato e osservazione critica della propria storia. Pratiche immediate aiutano ma non risolvono la trama centrale.
Relazioni Possono confermare o incrinare la narrazione; non sono sempre la cura.

FAQ

Che cosa intendo con narrativa interna non risolta?

Per narrativa interna non risolta intendo un insieme di rappresentazioni di sé e del mondo che non sono state rielaborate in modo coerente nel tempo. Non è solo un ricordo spiacevole ma una struttura interpretativa che filtra le nuove esperienze rendendole compatibili con il copione esistente. Questo processo mantiene viva una sofferenza che altrimenti avrebbe bisogno di rinegoziazione.

Come si distingue un momento di stress da una trama che guida l’esistenza?

Uno stress è spesso acuto e associato a un evento preciso. Una trama che guida l’esistenza si manifesta come pattern ripetuto che attraversa differenti contesti e persone. Se il problema emerge sempre nelle relazioni, al lavoro e in famiglia con la stessa forma narrativa allora non è solo uno stress occasionale.

Le terapie narrative funzionano davvero?

Le pratiche terapeutiche che lavorano sulla narrazione hanno una solida base teorica e numerosi studi qualitativi che ne mostrano l’utilità nel dare senso e coerenza. Funzionano diversamente da persona a persona. Il valore non è la promessa di eliminare la sofferenza ma di trasformare la prospettiva che la sostiene.

È possibile cambiare la propria storia da soli?

Sì e no. Si possono fare cambiamenti significativi attraverso la riflessione, la scrittura e conversazioni mirate ma spesso gli altri attori della vita e i modelli appresi impongono limiti. Il cambiamento più stabile tende a emergere quando si uniscono pratiche personali con confronto esterno continuato.

Ci sono segnali che suggeriscono che la narrazione è diventata pericolosa?

Segnali di allarme includono: isolamento persistente, incapacità di mantenere relazioni significative, pensieri che impediscono il funzionamento quotidiano. In questi casi la storia non è solo infelice ma limita materialmente la vita della persona. È importante riconoscerlo per interrompere i circuiti di ripetizione.

Non ho la pretesa di aver detto tutto. Lavorare con storie umane è un mestiere vivo. Ciò che posso offrire è questa mappa incompleta: riconoscere la trama come attiva spesso è il primo atto di libertà.

Autore

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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