Sembra un luogo comune dire che le persone nate negli anni 60 e 70 siano più resistenti. Ma dietro a questo stereotipo ci sono meccanismi psicologici concreti che la ricerca descrive con parole precise. Io non voglio celebrare una generazione come se fosse una fabbrica di eroi. Voglio capire perché, spesso, quando parli con chi ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza di quegli anni senti una calma che non è indifferenza ma una forma pratica di capacità di recupero.
Una definizione che non serve retorica
Resilienza non è soltanto resistere. È anche adattarsi, ripararsi, imparare a muoversi con meno fronzoli. La celebre ricerca accademica non parla di superpoteri. Come spiega la professoressa Ann S. Masten dell’Università del Minnesota la resilienza emerge da condizioni quotidiane e ordinarie.
“The capacity for resilience does not require rare resources or skills, but common, everyday capabilities and resources many people develop in life through the interactions of human biology families communities and cultures.”
È confortante e fastidioso insieme. Confortante perché la forza psicologica sembra alla portata. Fastidioso perché la formula mette in luce che certe condizioni sociali propizie alla resilienza si sono affievolite con la modernità.
Quali esperienze hanno allenato quella generazione
Non dico che ogni persona nata tra il 1960 e il 1979 sia automaticamente resistente. Dico che la combinazione di fattori storici sociali e materiali di quegli anni ha creato un terreno fertile per alcune abilità mentali che oggi vengono vendute in corsi e libri come se fossero nuove.
Tempo non programmato
La mancanza di stimoli digitali obbligava a tollerare l’attesa. Questo ha un effetto psicologico misurabile: migliora la capacità di sostenere l’ansia da incertezza e di inventare soluzioni autonome. Non è eroismo. È esercizio ripetuto di gestione del proprio stato mentale.
Responsabilità pratica precoce
Bambini che facevano piccoli lavori familiari o consegne imparavano che le azioni hanno conseguenze concrete. Questo costruisce un locus of control interno che, nel linguaggio clinico, facilita l’azione efficace di fronte alle difficoltà.
Confini emotivi diversi
Non erano tutti impassibili. Ma in molti casi la socializzazione richiedeva meno esibizione emotiva pubblica e più gestione privata delle tensioni. Col tempo questa abitudine ha reso meno urgente la ricerca di conferme esterne, e ha favorito una capacità di autoriparazione emotiva che oggi molti chiamano resilienza.
Perché oggi questa resilienza sembra rara
Non è sparita la capacità umana di adattarsi. È cambiato l’ambiente che la sollecita. I sistemi moderni hanno ridotto la necessità di affrontare piccoli fallimenti quotidiani: servizi rapidi consumo immediato e una cultura della narrazione personale che incoraggia la visibilità più che la pratica silenziosa del problema. Il risultato è che la stessa forza psicologica si vede meno, o si manifesta in forme diverse.
Lo vedo nelle famiglie e nelle scuole. Molti adolescenti di oggi non hanno sperimentato la frustrazione resistente alla risoluzione immediata. Non per colpa loro. È una conseguenza logistica. Ma resta il fatto che l’esperienza plasmata dagli anni 60 e 70 produce ricadute pratiche nelle scelte di vita di oggi.
Una critica personale
Mi infastidisce quando certi articoli trasformano questa constatazione in nostalgia moralista. Non voglio un ritorno al passato. Detesto il santuario della sofferenza come garanzia di valore. Ciò che sostengo è altro: imparare da gesti banali del passato senza idealizzarli.
Quando la memoria generazionale diventa risorsa collettiva
Un elemento interessante è che molte persone nate negli anni 60 e 70 trasmettono abilità pratiche che funzionano come piccoli manufatti psicologici. Non sono regole universali. Sono espedienti quotidiani: saper riparare una cosa, aspettare una risposta senza disperarsi, organizzare una cena con risorse limitate. Piccoli rituali che educano la pazienza e la creatività.
Se ascolti queste storie con attenzione non senti solo aneddoti. Senti percorsi di apprendimento sociale che hanno modellato attitudini resilienti. E questa osservazione ha due implicazioni utili. La prima è che non tutto è perduto e che molte competenze sono insegnabili. La seconda è che non si tratta di prescrizioni terapeutiche ma di pratiche culturali.
Non tutte le strade portano alla forza
Ci sono casi in cui la cosiddetta resilienza è solo adattamento a condizioni ingiuste. Essere resistenti non deve diventare una scusa per non cambiare strutture che causano dolore. La resilienza può coprire ferite che andrebbero curate a livello sociale. Qui la posizione è netta: non voglio celebrare la resistenza come alibi per mantenere sistemi disfunzionali.
Voglio invece sollevare una domanda pratica. Come recuperare quegli esercizi semplici di costruzione della capacità senza tornare a un passato meno giusto? Non ho una risposta definitiva. Ho qualche prova e una serie di proposte che non spiegherò qui tutte fino in fondo perché alcune cose è meglio provarle che solo teorizzarle.
Brevi indicazioni concrete
Non sono elenchi da guru. Sono suggerimenti che uso nella mia vita e che funzionano per molte persone intorno a me. Più che istruzioni sono inviti a sperimentare difficoltà programmate e fallimenti recuperabili. Non promettono miracoli ma creano opportunità per allenare la capacità di ripresa.
Conclusione aperta
Chi è nato negli anni 60 e 70 non è un manuale vivente di resilienza. È però spesso il risultato di un mondo che, per errori e per forza, ha imposto esercizi reali alla mente. Oggi possiamo scegliere di importare quegli esercizi senza riprodurre i limiti del passato. Occorre però la volontà di accettare l’incomodo, di essere imperfetti mentre si impara. Se questa è la sfida, allora la conversazione tra generazioni può diventare meno nostalgica e più utile.
Riferimenti e citazioni chiave
Ann S. Masten Professor Institute of Child Development University of Minnesota ha scritto ampiamente su come la resilienza nasca da risorse ordinarie e dai sistemi che sostengono una persona. La sua osservazione interrompe la retorica del supereroe e riporta la discussione su pratiche sociali concrete.
| Idea | Perché conta |
|---|---|
| Tempo non programmato | Sviluppa tolleranza all’incertezza e creatività autonoma |
| Responsabilità pratica | Rinforza il senso di efficacia personale |
| Confini emotivi differenziati | Promuove autoriparazione e gestione interna delle emozioni |
| Attenzione distribuita | Migliora la capacità di approfondire problemi complessi |
FAQ
1. Perché molte persone nate negli anni 60 e 70 sembrano più calme di fronte alle crisi?
Spesso non è calma innata ma esperienza ripetuta di affrontare imprevisti senza risorse immediate. La ripetizione crea un repertorio di risposte pratiche e una fiducia operativa che si manifesta come tranquillità. Non è universale e non significa assenza di sofferenza ma indica modalità diverse di affrontare il problema.
2. La resilienza di quella generazione è sempre positiva?
No. La resilienza può mascherare ferite non risolte e legittimare condizioni ingiuste. È una risorsa individuale e collettiva che va usata per crescere e per chiedere cambiamenti strutturali quando necessari. Restare resilienti non deve sostituire l’azione politica o sociale per migliorare le condizioni di vita.
3. Come si possono insegnare ai più giovani alcune di queste abilità senza romanticizzare il passato?
Creando contesti che permettano errori recuperabili e responsabilità reali. Dare piccoli compiti con ricadute concrete promuove senso di efficacia. Introdurre tempi di noia controllata e ridurre la dipendenza da gratificazioni istantanee aiuta a sviluppare regolazione emotiva. Sono pratiche sperimentali e non formule magiche.
4. Cosa dice la ricerca scientifica al riguardo?
La ricerca contemporanea sulla resilienza sottolinea che non servono risorse eccezionali ma reti di supporto routines competenze e opportunità per il controllo personale. Ann S. Masten ha sintetizzato questo approccio con il concetto di ordinary magic sottolineando che elementi banali e quotidiani hanno un ruolo centrale nel costruire la capacità di recupero.
5. Può la società attuale riprodurre questi stimoli in modo etico?
Sì ma richiede scelte deliberate. Significa offrire responsabilità reali nelle scuole e nelle comunità creare spazi per la sperimentazione senza giudizio e valorizzare competenze pratiche. Non è nostalgico se fatto in modo consapevole e inclusivo.